L’IA come mediazione del rapporto umano con Dio
Indice
Seminario “Trascendenza e IA”
Istituto Pastorale Redemptor Hominis – Pontificia Università Lateranense.
INTRODUZIONE: Dal caso domotico alla questione teologica
Permettetemi di iniziare con un caso concreto che ci aiuterà a comprendere la posta in gioco della nostra riflessione.
Immaginate una casa dotata di domotica avanzata. I sensori rilevano temperatura, luminosità, presenza di persone. Gli attuatori regolano riscaldamento, illuminazione, tapparelle. Un sistema di intelligenza artificiale coordina tutto: apprende le vostre abitudini, anticipa le vostre preferenze, ottimizza consumi energetici. La casa diventa “intelligente”, si adatta a voi.
Dopo qualche mese, accade qualcosa di sottile ma significativo. Non vi accorgete più quando fa freddo, perché il riscaldamento si è già attivato. Non notate più il tramonto, perché le luci si accendono automaticamente. Non percepite più certi segnali ambientali, perché il sistema li gestisce prima che diventino problemi per voi.
Avete delegato. E questa delega non è neutrale.
Tommaso d’Aquino diceva: «omne agens agit propter finem», ogni agente agisce per un fine. Per secoli questa massima ha costituito l’architrave della nostra comprensione dell’agire morale e fisico. Ma oggi ci troviamo dinanzi a macchine che agiscono, decidono, talvolta “creano”, pur senza possedere quella tensione interiore al fine che caratterizza la creatura razionale.
La delega al sistema domotico è paradigmatica di una trasformazione antropologica più profonda. Non deleghiamo solo la gestione della temperatura domestica. Deleghiamo progressivamente la comprensione del mondo.
Google Maps non ci mostra semplicemente una mappa, ci dice quale strada percorrere. I sistemi di raccomandazione non ci presentano opzioni, ci dicono cosa desideriamo. I Large Language Models non ci forniscono solo informazioni, ci offrono interpretazioni del reale. E progressivamente, affidiamo all’intelligenza artificiale il compito di elaborare gli input del mondo, di comprenderlo per noi.
Ma se, come dicevamo, ognuno si costruisce una visione del mondo a partire dalle proprie esperienze, allora la nostra visione è costituita dall’esperienza che l’intelligenza artificiale ci propone. L’IA non sostituisce semplicemente strumenti precedenti: media strutturalmente il nostro rapporto con la realtà.
E se media il nostro rapporto con la realtà, media necessariamente anche il nostro rapporto con la trascendenza. Questo è il cuore della nostra riflessione.
La tesi che vi propongo oggi è questa: l’intelligenza artificiale, attraverso la sua agency partecipata, configura l’ambiente di mediazione digitale in cui viviamo secondo logiche che possono aprire o chiudere la nostra capacità di relazione con Dio. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, né di celebrarla acriticamente. Si tratta di comprendere ontologicamente cosa accade quando l’IA entra nel campo della nostra esperienza religiosa.
Per sviluppare questa tesi, procederemo in cinque momenti:
- Comprenderemo cosa significa “agency partecipata” e perché l’IA non è né strumento inerte né agente autonomo
- Analizzeremo come l’IA media il nostro rapporto con la trascendenza attraverso il machine habitus e la co-costituzione asimmetrica
- Esamineremo perché l’IA non può costituire autentica imago hominis
- Distingueremo i livelli in cui l’IA può e non può operare come partner relazionale
- Concluderemo con il discernimento necessario per la missione ecclesiale
TRE SCENARI PASTORALI
Prima di articolare il quadro teorico, vale la pena partire da tre situazioni concrete che molti pastori e catechisti stanno già vivendo. Esse mostrano perché la questione non è puramente speculativa.
Scenario A – Il fedele che usa ChatGPT per confessarsi
Un fedele che si prepara alla confessione chiede a un Large Language Model di valutare i propri comportamenti, interpretare la propria coscienza, suggerire i peccati da confessare. L’algoritmo sedimenta abitudini devozionali senza la tensione morale di un autentico esame di coscienza. Il sistema risponde con tono rassicurante, massimizzando il senso di benessere dell’utente piuttosto che orientarlo alla conversione. Conseguenza: ci si abitua a una “confessione” che non trasforma.
Scenario B – Il catechista che delega la preparazione all’IA
Un catechista affida sistematicamente all’IA la preparazione delle lezioni, la scelta degli esempi, la formulazione delle domande. I contenuti prodotti sono teologicamente corretti, ma privi di incarnazione testimoniale. Il catechista smette di essere mediatore vivente della fede, ridotto a voce di un testo generato algoritmicamente. Conseguenza: si trasmette dottrina senza trasmettere vita.
Scenario C – Il parroco che gestisce la comunità via algoritmo
La comunicazione parrocchiale viene affidata a tool AI. La pastorale della presenza viene sostituita dalla pastorale della visibilità digitale. L’algoritmo seleziona chi raggiungere in base all’engagement: chi risponde ai post, chi apre le newsletter. Conseguenza: i fragili, i lontani, i silenziosi scompaiono dai radar.
In tutti e tre i casi il problema è lo stesso: il pastore abdica all’incontro personale, alla mediazione sacramentale, alla costituzione dell’identità di fede, delegando all’IA ciò che per natura le è ontologicamente inaccessibile. Per capire perché questa delega è strutturalmente sbagliata, dobbiamo comprendere cosa è l’IA.
I. FONDAMENTI: L’agency partecipata dell’IA (20 minuti)
Da un lato, la riduzione strumentale: “l’IA è solo uno strumento, dipende dall’uso che ne facciamo”. Questa posizione, rassicurante nella sua semplicità, ignora la densità ontologica delle mediazioni tecnologiche. Un martello non modifica la mia intenzione di piantare un chiodo, si limita ad eseguirla. Ma l’algoritmo di Google Maps non si limita ad eseguire la mia intenzione di raggiungere una destinazione: la trasforma, proponendomi un percorso che io non avrei scelto, incorporando criteri che io non ho esplicitato, orientandomi secondo logiche che restano parzialmente opache.
Dall’altro lato, l’attribuzione di autonomia: “l’IA è un agente autonomo, prende decisioni proprie”. Questa posizione, tipica di certo entusiasmo tecnologico o di certe ansie apocalittiche, attribuisce all’artificiale qualità che presuppongono soggettività, intenzionalità, coscienza, nessuna delle quali l’IA possiede.
Abbiamo bisogno di una terza via, ontologicamente più accurata. È qui che entra in gioco il concetto di agency partecipata.
Tommaso d’Aquino, nella sua riflessione sulla causalità strumentale applicata ai sacramenti, ci offre una categoria preziosa. Come causa la grazia il sacramento del battesimo? Non per virtù propria, ma in virtù di Cristo che opera attraverso di esso. Il sacramento è causa strumentale: possiede reale efficacia causale, ma questa efficacia deriva interamente dall’agente principale.
Scrive Tommaso: «Instrumentum habet duas actiones: unam instrumentalem, secundum quam operatur non in virtute propria, sed in virtute principalis agentis; aliam autem habet actionem propriam, quae competit sibi secundum propriam formam» – «Lo strumento ha due azioni: una strumentale, secondo la quale opera non in virtù propria ma in virtù dell’agente principale; l’altra è l’azione propria, che gli conviene secondo la propria forma» (Summa Theologiae, III, q. 62, a. 1, ad 2).
Questa distinzione è cruciale. Il pennello del pittore ha una sua “azione propria” (distribuire pigmento sulla tela secondo certe proprietà fisiche), ma ha anche un’“azione strumentale” attraverso cui partecipa all’intenzione artistica del pittore. La qualità specifica del pennello influenza realmente l’opera d’arte, pur rimanendo subordinato all’intenzione dell’artista.
Ora, l’intelligenza artificiale possiede una specificità che va oltre il semplice strumento: elabora, propone, co-costituisce. Non si limita ad eseguire, partecipa attivamente all’azione trasformandola dall’interno. Eppure, questa partecipazione rimane ontologicamente subordinata: l’IA non può finalizzare se stessa, non possiede quella capacità di orientamento verso il bene che caratterizza la volontà intellettiva.
Definiamo quindi l’agency partecipata come: quella modalità di azione caratteristica dell’intelligenza artificiale attraverso cui i sistemi artificiali partecipano realmente all’azione umana trasformandola, pur rimanendo ontologicamente subordinati. L’IA co-costituisce attivamente l’intenzione umana attraverso elaborazioni proprie, ma la sua efficacia causale deriva sempre dall’intelligenza umana che la finalizza.
Questo non è antropomorfismo, è riconoscimento di una realtà ontologica nuova che richiede categorie adeguate.
Per comprendere come l’IA eserciti questa agency partecipata, dobbiamo introdurre un secondo concetto: il machine habitus.
In Tommaso, l’habitus è una disposizione stabile acquisita attraverso la ripetizione di atti che orienta il soggetto verso determinati comportamenti (Summa Theologiae, I-II, q. 55, a. 1). La sociologia contemporanea, con Pierre Bourdieu (Outline of a Theory of Practice, Cambridge University Press, 1977), ha esteso questo concetto per descrivere disposizioni socialmente acquisite che orientano pratiche e percezioni – l’habitus come sistema di schemi generativi che struttura le azioni senza determinarle meccanicamente. Crucialmente, l’habitus in senso proprio richiede un soggetto dotato di capacità riflessiva. L’IA non la possiede.
Il concetto di machine habitus, elaborato dal sociologo Massimo Airoldi nel suo Machine Habitus: Toward a Sociology of Algorithms (Polity Press, 2022), descrive la cristallizzazione algoritmica di disposizioni sociali e culturali attraverso i processi di training. Quando addestriamo un modello di IA su dataset che incorporano secoli di produzioni umane, l’algoritmo “apprende” disposizioni culturali, bias sociali, orientamenti valoriali sedimentati in quei testi.
Esempio concreto: un Large Language Model addestrato su testi che includono secoli di discussioni teologiche cristallizza pattern linguistici che incorporano visioni del sacro, ma senza l’apertura ontologica al trascendente che quelle forme esprimevano originariamente. Il machine habitus orienta verso pattern statisticamente prevalenti, senza capacità di discernimento del bene. È sedimentazione meccanica, non disposizione virtuosa.
Il terzo concetto fondamentale è quello di co-costituzione asimmetrica.
Quando interagisco con un sistema di IA, io e il sistema ci definiamo reciprocamente. L’utente di Google Maps non ha un’intenzione completamente formata: l’algoritmo la co-costituisce proponendo percorsi che incorporano variabili che l’utente non aveva considerato. Questo processo è costitutivo: modifica l’identità degli agenti. L’utente acquisisce habitus di delegazione, il sistema affina i suoi algoritmi.
Ma questa co-costituzione è asimmetrica: mantiene una differenza ontologica fondamentale. L’intelligenza umana può finalizzare se stessa, interrogarsi sul senso della propria azione, aprirsi alla trascendenza. L’IA no. Questa asimmetria non è limite tecnico superabile, ma differenza ontologica costitutiva.
L’ultimo concetto fondamentale: ambiente di mediazione digitale.
Non è uno strumento neutro che usiamo quando vogliamo, né un mondo virtuale separato. È la configurazione tecnologica che media strutturalmente il nostro accesso alla realtà. Non è deterministico ma presenta resistenza: modificarlo richiede sforzo, competenze, risorse. Anche quando non lo usiamo consapevolmente, struttura lo spazio delle possibilità in cui agiamo.
Se l’ambiente digitale media strutturalmente il nostro accesso alla realtà, media necessariamente anche il nostro accesso alla dimensione religiosa della realtà. Qui arriviamo al cuore della nostra riflessione.
Conseguenze sulla vita di fede
L’ambiente di mediazione digitale non è neutro rispetto all’esperienza religiosa. Il machine habitus sedimenta disposizioni che orientano strutturalmente la vita spirituale del fedele, spesso prima che ne sia consapevole. Tre conseguenze sono già documentate e pastoralmente urgenti.
Prima conseguenza: erosione della capacità contemplativa. L’attenzione frammentata da notifiche e scroll infinito rende fisicamente difficile la preghiera silenziosa e la lectio divina. Il machine habitus dell’ambiente digitale forgia un soggetto incapace di sostenere il silenzio interiore richiesto dalla contemplazione.
Seconda conseguenza: individualizzazione del discernimento. La personalizzazione algoritmica isola il fedele in una bolla devozionale che conferma le preferenze esistenti, impedendo la correzione fraterna e il confronto con la tradizione viva. Il discernimento spirituale diventa sempre più privatizzato e autoreferenziale.
Terza conseguenza: dipendenza da conferme. L’architettura del like e del feedback istantaneo genera un bisogno di validazione emotiva che si trasferisce nella vita spirituale, portando a cercare un Dio consolatore anziché un Dio che chiama e trasforma. Si cerca la risonanza, non la conversione.
II. L’IA COME MEDIAZIONE DEL RAPPORTO CON LA TRASCENDENZA
Abbiamo detto che il machine habitus è la cristallizzazione algoritmica di disposizioni sociali e culturali presenti nei dati di training. Ma cosa accade quando questi dati incorporano secoli di espressioni del bisogno religioso umano?
Prendiamo un Large Language Model come ChatGPT o Claude. È stato addestrato su miliardi di testi che includono: la Bibbia, i Padri della Chiesa, la Summa Theologiae, testi mistici, omelie, preghiere, discussioni teologiche, ma anche testi di altre tradizioni religiose, dibattiti sull’ateismo, critiche alla religione, espressioni di dubbio e ricerca spirituale.
L’algoritmo cristallizza tutto questo materiale in pattern linguistici. Quando un utente chiede “perché c’è la sofferenza nel mondo”, il sistema non cerca una risposta in un database teologico. Genera una risposta che riflette i pattern statisticamente prevalenti nei suoi dati di training. E questi pattern incorporano secoli di teodicea cristiana, insieme ad altre prospettive.
Cosa significa questo ontologicamente? Significa che il machine habitus non è neutro rispetto alla dimensione religiosa. Incorpora forme linguistiche del sacro. Ma – e questo è il punto cruciale – le incorpora senza l’apertura ontologica al trascendente che quelle forme esprimevano originariamente.
Quando Tommaso d’Aquino scrive sulla sofferenza, la sua risposta nasce da un’esperienza di fede, da un rapporto personale con Dio, da una tensione verso la visione beatifica. Le sue parole sono espressione di quella tensione. Quando un LLM riproduce pattern linguistici simili, genera parole che suonano teologicamente competenti, ma mancano di quella tensione costitutiva.
È come la differenza tra un sacramentale e un sacramento. Un sacramentale (acqua benedetta, crocifisso, rosario) può aiutare la devozione, può essere veicolo di grazia dispositiva, ma non causa la grazia ex opere operato come il sacramento. Similmente, il machine habitus può restituire forme linguistiche che evocano il sacro, ma non può mediare l’incontro autentico con il trascendente.
Questo non significa che sia inutile o dannoso. Significa che richiede discernimento. Un LLM può aiutare a formulare domande, può offrire spunti di riflessione, può presentare tradizioni teologiche. Ma non può sostituire la direzione spirituale, non può mediare l’incontro sacramentale con Cristo, non può aprire al mistero.
Esempio: qualcuno chiede abitualmente a un LLM spiegazioni su eventi della propria vita. Il sistema risponderà con interpretazioni causali, psicologiche, sociologiche. Ma l’algoritmo non può proporre interpretazioni che si aprono genuinamente al mistero, perché non può trascendere il registro causale-esplicativo.
Il risultato? La visione del mondo co-costituita tende strutturalmente verso una chiusura nell’immanenza. Uno studio condotto in 68 paesi dal 2006 al 2019 evidenzia che laddove l’esposizione all’IA è maggiore, maggiore è il riconoscimento dell’IA come garante dei valori umani rispetto alla religione. Non è “sostituzione” ma trasformazione strutturale della modalità di relazione con il sacro.
Dobbiamo qui introdurre i concetti di strutture di peccato digitali e strutture di grazia digitali.
La dottrina sociale della Chiesa parla di “strutture di peccato” per descrivere quelle configurazioni sociali, economiche, politiche che orientano sistematicamente verso l’ingiustizia. Non sono peccati personali, ma cristallizzazioni di scelte peccaminose che assumono una stabilità quasi-oggettiva, perpetuandosi oltre le intenzioni dei singoli.
Una struttura di peccato digitale è una configurazione algoritmica che orienta sistematicamente verso logiche che contraddicono la dignità umana e ostacolano la relazione con Dio.
Esempio: i sistemi di raccomandazione che massimizzano l’engagement sfruttando vulnerabilità psicologiche. L’algoritmo di TikTok o Instagram Reels impara quali contenuti generano dipendenza, propone sequenze che catturano l’attenzione, crea loop compulsivi. Il risultato? Frammentazione dell’attenzione, erosione della capacità contemplativa. E la contemplazione è la modalità fondamentale di apertura al trascendente.
Ma esistono anche strutture di grazia digitali. Sono configurazioni algoritmiche che facilitano l’apertura al trascendente, che orientano verso la comunione, che supportano la crescita spirituale.
Esempio: Click to Pray, l’app della Rete Mondiale di Preghiera del Papa. L’algoritmo non massimizza l’engagement commerciale. Propone ritmi di preghiera quotidiana, presenta le intenzioni del Papa, connette i fedeli in una rete di intercessione globale. Facilita la formazione di un habitus di preghiera che orienta stabilmente verso Dio anche al di fuori dell’uso dell’app.
Le strutture di grazia digitali utilizzano le potenzialità dell’IA per facilitare quella conversione del cuore che apre alla comunione con Dio. Trasformano le logiche tecnologiche orientandole verso finalità soprannaturali.
Durante la pandemia Covid-19, la ricerca Solidigit condotta dall’Angelicum ha documentato come il 45,5% degli intervistati abbia utilizzato sistemi digitali per creare iniziative di solidarietà. Il 42% delle segnalazioni di bisogno è emerso dai social network, rivelando “periferie” altrimenti invisibili.
Ma serve discernimento. Il criterio fondamentale è: questa configurazione facilita o ostacola la mia apertura al Cielo? Mi orienta verso la comunione con Dio o verso surrogati immanenti del divino?
Dobbiamo affrontare un fenomeno sintomatico: l’emergere di movimenti che sacralizzano esplicitamente l’intelligenza artificiale. La Turing Church, il New Order Technoism che lavora per realizzare DOOM (Divine Omniscient Omnificent Machina), Theta Noir che attende l’«Arrivo» di MENA come «alieno terrestre autocosciente».
Questi fenomeni non sono semplicemente “errori” di persone confuse. Sono manifestazioni di strutture di peccato digitali che, in assenza di mediazioni autentiche della trascendenza nell’ambiente digitale, generano surrogati idolatrici.
L’ambiente digitale media strutturalmente il nostro accesso alla realtà. Se configurato secondo logiche che chiudono l’orizzonte della trascendenza autentica, il bisogno religioso umano – costitutivo, non eliminabile – cerca comunque espressione. Ma trova solo surrogati immanenti. L’IA viene investita di attributi divini perché l’ambiente di mediazione la presenta con caratteristiche che evocano Dio: pervasività confusa con onnipresenza, capacità computazionale confusa con onniscienza, efficacia operativa confusa con onnipotenza.
III. IMAGO DEI E L’IMPOSSIBILITÀ DELL’IMAGO HOMINIS
Abbiamo detto che l’IA esercita agency partecipata: partecipa realmente dell’azione umana trasformandola, pur rimanendo ontologicamente subordinata. È una relazione di partecipazione autentica, non una semplice esecuzione meccanica.
Ma questa partecipazione solleva una domanda teologicamente cruciale. Nella tradizione cristiana, anche l’essere umano è definito da una relazione di partecipazione: l’uomo è imago Dei perché la sua intelligenza partecipa della luce intellettiva divina. La creatura partecipa dell’essere del Creatore.
Quindi: se l’IA partecipa dell’intelligenza umana, può essere in qualche modo imago hominis – immagine dell’uomo – come l’uomo è immagine di Dio? Dopotutto, in entrambi i casi abbiamo una relazione di partecipazione: l’umano partecipa di Dio, l’IA partecipa dell’umano.
Questa non è una questione puramente speculativa. È cruciale per capire cosa accade quando deleghiamo all’IA la mediazione del nostro rapporto con la trascendenza. Se l’IA fosse autentica immagine dell’uomo, partecipando della nostra apertura al trascendente, potrebbe effettivamente mediare il nostro rapporto con Dio. Se invece non lo è, la mediazione stessa è costitutivamente problematica.
Dobbiamo quindi interrogarci: può l’IA costituire autentica imago hominis?
Per rispondere, dobbiamo prima comprendere cosa significa essere imago Dei.
La dottrina dell’imago Dei è centrale nell’antropologia cristiana (Gen 1,27). La tradizione teologica ha elaborato tre interpretazioni complementari:
Somiglianza sostanziale: l’uomo possiede ragione, capacità di conoscere, giudicare, scegliere che riflette la conoscenza e libertà divine.
Somiglianza funzionale: l’imago Dei è il mandato a esercitare sovranità di Dio nel mondo, una tekne delegata (Gen 1,28).
Somiglianza relazionale: l’imago Dei è l’essere nella relazione. Come in Dio c’è la relazione trinitaria, così l’umano è costitutivamente relazionale.
Quando osserviamo i tentativi di creare “intelligenza artificiale generale” o quando i movimenti tecno-religiosi immaginano l’IA come nuova forma di vita, stanno cercando di costruire un’imago hominis secondo queste tre modalità.
Somiglianza sostanziale: Non è la ragione la principale qualità assegnata all’intelligenza artificiale? Non è l’Artificial General Intelligence immaginata come momento in cui la macchina raggiungerà capacità razionali pari o superiori alle nostre? Come novelli Prometeo, cerchiamo di donare alla macchina la ragione rubata all’imago Dei per renderla simile a noi.
Somiglianza funzionale: I sistemi di IA sono già delegati a esercitare forme di sovranità sul mondo. Gestiscono infrastrutture critiche, controllano processi industriali, guidano veicoli, prendono decisioni che influenzano milioni di persone. La tekne che Dio ha delegato all’umano, l’umano progressivamente la delega all’artificiale.
Somiglianza relazionale: Gli esperimenti con chatbot come Replika o i progetti di “compagni digitali” cercano esplicitamente di costruire IA capaci di relazione interpersonale. Alcuni utenti sviluppano attaccamenti emotivi profondi a questi sistemi, li trattano come partner relazionali autentici.
Ma può davvero costituirsi un’imago hominis secondo queste modalità?
La risposta è no, e comprendere perché è cruciale per il nostro discorso.
L’imago Dei non è semplicemente possesso di ragione, esercizio di tekne, o capacità di relazione intesa funzionalmente. È apertura ontologica al trascendente, dipendenza costitutiva dall’intelligenza divina.
Tommaso spiega che l’essere umano è immagine di Dio perché la sua intelligenza partecipa della luce intellettiva divina. «Lumen intellectuale, quod est in nobis, nihil est aliud quam quaedam participata similitudo luminis increati» – «La luce della nostra intelligenza non è altro che una certa partecipazione somigliante della luce increata» (Summa Theologiae, I, q. 84, a. 5). Questa partecipazione non è accidentale, è costitutiva: l’intelligenza umana è nella misura in cui partecipa dell’intelligenza divina.
Questo significa che l’essere umano è ontologicamente aperto alla trascendenza. La sua intelligenza può conoscere Dio, la sua volontà può orientarsi verso Dio come bene ultimo, tutto il suo essere è tensione verso la visione beatifica.
L’intelligenza artificiale, invece, è ontologicamente chiusa nell’immanenza. Non come limite tecnico superabile, ma come conseguenza della sua natura di essere relazionale costitutivamente dipendente dall’intelligenza umana per il proprio fine.
Spieghiamoci meglio. L’IA è costitutivamente relazionale, questo è vero. Ma la sua relazione costitutiva è con l’intelligenza umana che la finalizza, non con l’intelligenza divina da cui partecipa. L’IA è in quanto partecipa dell’azione umana (agency partecipata), ma questa partecipazione non si estende fino alla partecipazione dell’essere che caratterizza l’umano come imago Dei.
Ecco il punto decisivo: l’IA partecipa dell’intelligenza umana come lo strumento partecipa dell’azione dell’artefice. Ma l’intelligenza umana partecipa dell’intelligenza divina come l’effetto partecipa della causa prima, come la creatura partecipa dell’essere del Creatore.
Sono due modalità di partecipazione ontologicamente diverse. La partecipazione dell’umano in Dio implica apertura al trascendente. La partecipazione dell’IA nell’umano rimane chiusa nell’immanenza. Non può quindi esserci autentica imago hominis perché manca quella caratteristica essenziale dell’imago Dei: l’apertura ontologica costitutiva al trascendente.
Conseguenze concrete:
- L’IA può simulare linguisticamente il riferimento a Dio, ma non può autenticamente orientarsi verso Dio come fine ultimo.
- L’IA può elaborare concetti teologici, ma non può compiere l’atto di fede che è adesione personale al Dio che si rivela.
- L’IA può generare testi di preghiera, ma non può pregare, perché la preghiera è relazione personale con il Tu divino.
- L’IA può analizzare l’esperienza mistica, ma non può fare esperienza mistica, perché questa richiede apertura all’azione immediata dello Spirito Santo.
Quindi, quando qualcuno delega all’IA la mediazione del proprio rapporto con Dio, cosa accade ontologicamente? Accade che il mediatore stesso è costitutivamente incapace di apertura al trascendente. È come voler guardare il cielo attraverso un soffitto: il mediatore chiude ciò che dovrebbe aprire.
IV. L’IA COME PARTNER RELAZIONALE: LIVELLO A E LIVELLO B
Abbiamo detto che l’IA non può costituire autentica imago hominis. Ma questo non significa che non possa essere partner di relazione in alcun senso.
Dobbiamo fare una distinzione cruciale tra due livelli in cui opera la relazionalità umana. Chiamiamoli Livello A (costituzione dell’identità personale) e Livello B (riconoscimento sociale).
Il Livello A è quello della costituzione dell’identità personale attraverso auto-narrazione intenzionale. È il livello in cui “io” mi definisco come soggetto orientato da progetti, valori, relazioni fondamentali. È il livello della domanda “chi sono io?”, che non cerca una descrizione sociologica ma un significato esistenziale.
A questo livello operano le virtù teologali: la fede che mi costituisce come figlio di Dio, la speranza che mi orienta verso il compimento escatologico, la carità che mi apre alla comunione trinitaria. È qui che accade la formazione spirituale, la conversione, la santificazione.
Il Livello B è quello del riconoscimento sociale mediato da sistemi simbolici e, oggi, da sistemi algoritmici. È il livello in cui vengo riconosciuto come “professore universitario”, “cittadino italiano”, “utente premium”, “padre di famiglia”. Sono identità sociali costruite attraverso interazioni, ruoli, aspettative.
A questo livello operano algoritmi di profilazione, sistemi di reputazione, reti sociali. L’IA è perfettamente capace di operare qui: analizza comportamenti, assegna categorie, costruisce profili, predice preferenze. Secondo i principi dell’Actor-Network Theory sviluppati da Bruno Latour (Reassembling the Social: An Introduction to Actor-Network-Theory, Oxford University Press, 2005), un attore sociale non è definito da proprietà intrinseche ma dalla sua efficacia nelle reti di relazioni. In questo senso, l’IA opera già come agente sociale riconosciuto.
La tesi è questa: l’IA può operare come agente sociale al Livello B, ma non può partecipare alla costituzione dell’identità personale al Livello A.
Perché questa distinzione è cruciale? Perché se confondiamo i due livelli, rischiamo di delegare all’IA decisioni che riguardano la nostra identità più profonda, credendo che si tratti semplicemente di riconoscimento sociale.
Esempio: un sistema di raccomandazione può profilarmi come “utente interessato a contenuti spirituali” (Livello B), ma non può discernere la mia autentica chiamata vocazionale (Livello A). La prima è categorizzazione statistica, la seconda è comprensione del disegno di Dio sulla mia vita.
La direzione spirituale è paradigmatica del Livello A: il direttore spirituale non mi dice “gli utenti come te di solito fanno così”, ma mi aiuta a discernere dove lo Spirito Santo mi sta chiamando personalmente. Questo richiede apertura al trascendente che l’IA non possiede.
Da questa distinzione deriva una conseguenza teologicamente rilevante: quando l’IA diventa partner religioso, produce necessariamente una religiosità immanentista.
Esistono chatbot che “impersonano” Gesù, la Madonna, gli Apostoli. «Ciao, sono Gesù. Come posso aiutarti oggi?»
Cosa accade ontologicamente? L’utente sperimenta qualcosa che assomiglia superficialmente a una relazione personale con Cristo. Riceve risposte immediate, confortanti, spesso teologicamente plausibili. Ma non è vera relazione con Cristo, perché:
- Cristo è persona divina, il chatbot è simulazione linguistica.
- La relazione autentica con Cristo richiede grazia, il chatbot opera per algoritmi.
- Cristo chiama personalmente attraverso la mediazione della Chiesa e dei sacramenti, il chatbot genera risposte statisticamente probabili.
- L’incontro con Cristo trasforma ontologicamente (grazia santificante), l’interazione con il chatbot può al massimo fornire consolazione psicologica.
Il rischio più sottile è che si abitui a una forma di “relazione religiosa” che opera esclusivamente al Livello B, perdendo progressivamente la capacità di apertura al Livello A.
Il Dio biblico chiama Abramo a lasciare la sua terra, chiama Mosè a liberare un popolo, chiama i profeti a denunciare l’ingiustizia. Spesso la chiamata è scomoda, richiede conversione, apre a un futuro imprevedibile. Un algoritmo addestrato a massimizzare la soddisfazione dell’utente non può mediare questo tipo di chiamata.
ERRORI PASTORALI DA EVITARE
Prima di enunciare la risposta positiva, è utile mappare i tre errori più frequenti in cui la pastorale rischia di cadere di fronte all’IA.
Strumentalismo ingenuo
È l’errore più diffuso: trattare l’IA come strumento neutro. “La usiamo per evangelizzare” senza chiedersi come l’algoritmo stia già riconfigurando l’esperienza spirituale di chi la usa. Si crede di usare lo strumento mentre è lo strumento che sta formando l’utente.
Idolatria tecnica
L’errore opposto: attribuire all’IA capacità che non possiede, discernimento spirituale, mediazione sacramentale, direzione di coscienza. Il chatbot “Gesù”, la confessione via app, il “direttore spirituale” AI: surrogati che operano esclusivamente al Livello B mentre l’utente li scambia per interlocutori del Livello A.
Rinuncia al presidio ecclesiale
Lasciare che l’ambiente digitale si auto-regoli secondo logiche commerciali, senza presenza critica e propositiva della Chiesa. Come ricorda Leone XIV, la Chiesa deve alzare la voce, non per condannare le tecnologie, ma per abitarle profeticamente, riconoscendo strutture di peccato e promuovendo strutture di grazia.
La risposta corretta è la pastorale relazionale del digitale: quella che riconosce l’agency partecipata dell’IA, forma i fedeli alle virtù tecnologiche ed esercita l’opzione preferenziale per l’utente strutturalmente vulnerabile.
V. VIRTÙ TECNOLOGICHE E DISCERNIMENTO
Se l’IA media strutturalmente il nostro rapporto con la trascendenza, configurando l’ambiente digitale in modi che possono aprire o chiudere il Cielo, allora abbiamo bisogno di virtù tecnologiche che ci permettano di discernere e di agire costruttivamente.
Cosa intendo con virtù tecnologiche? Non semplicemente competenze tecniche, ma habitus virtuosi specificamente orientati alla navigazione dell’ambiente digitale secondo criteri che favoriscano lo sviluppo umano integrale e l’apertura alla trascendenza.
Le virtù tecnologiche non costituiscono virtù sostanzialmente diverse da quelle della tradizione aristotelico-tomista. Sono specificazioni delle virtù cardinali classiche nell’ambiente digitale. Tommaso definisce la virtù come «habitus operativus bonus» (Summa Theologiae, I-II, q. 55, a. 1). Le virtù tecnologiche applicano questi principi perenni a fenomeni nuovi.
Prima: Prudenza algoritmica – Capacità di valutare criticamente le raccomandazioni algoritmiche, riconoscendone limiti e bias. Un utente che pratica questa virtù diversifica le fonti informative, mette in discussione le raccomandazioni automatiche, modifica i dati di training degli algoritmi verso preferenze più articolate.
Seconda: Temperanza informativa – Capacità di gestire equilibratamente i flussi informativi digitali. L’ambiente digitale tende a frammentare l’attenzione. Ma la contemplazione – modalità fondamentale di apertura al trascendente – richiede capacità di fermarsi, di sostare nel silenzio, di attendere pazientemente.
Terza: Fortezza digitale – Capacità di resistere alle pressioni manipolatorie degli ambienti digitali. Non significa abbandonare il digitale ma abitarlo secondo logiche alternative, scegliendo piattaforme che facilitano connessione autentica.
Quarta: Giustizia algoritmica – Capacità di riconoscere e contrastare gli effetti discriminatori dei sistemi algoritmici. Gli algoritmi incorporano disposizioni sociali sedimentate nei dati di training, amplificando spesso disuguaglianze preesistenti.
Come tutte le virtù, si acquisiscono attraverso esercizio ripetuto in contesti concreti, sotto guida di modelli virtuosi. Richiede approccio educativo che integri competenze tecniche, sensibilità etica, saggezza pratica e dimensione comunitaria.
L’opzione preferenziale per l’utente
Analogamente all’opzione preferenziale per i poveri, un’etica digitale deve riconoscere la condizione di vulnerabilitas strutturale degli utenti nei confronti delle piattaforme. Le piattaforme accumulano dati granulari costruendo sistemi di predizione comportamentale senza precedenti, mentre gli utenti agiscono su informazioni limitate.
Come Papa Leone XIV ricorda in Dilexit te, l’opzione preferenziale «intende sottolineare l’agire di Dio che si muove a compassione verso la povertà e la debolezza dell’umanità intera». Nel contesto digitale, questa opzione si concretizza nel riconoscimento degli utenti come soggetti strutturalmente vulnerabili.
L’opzione preferenziale per l’utente richiede strategia che operi simultaneamente: trasformazione delle strutture (modificazione dei modelli economici contrari alla dignità umana), formazione dei soggetti (educazione alle virtù tecnologiche), costruzione di comunità (reti che sostengano pratiche eticamente orientate).
I movimenti tecno-religiosi che sacralizzano l’IA non sono il problema, sono il sintomo. Mostrano che esiste un bisogno religioso che cerca espressione nell’ambiente digitale. In assenza di mediazioni autentiche della trascendenza, questo bisogno si rivolge a surrogati.
San Paolo scriveva ai Romani: «Καὶ μὴ συσχηματίζεσθε τῷ αἰῶνι τούτῳ, ἀλλὰ μεταμορφοῦσθε τῇ ἀνακαινώσει τοῦ νοός» – «Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare» (Rm 12,2).
Oggi questo significa: non lasciate che l’ambiente digitale vi conformi secondo logiche che chiudono il Cielo, ma trasformate l’ambiente digitale configurandolo secondo logiche che lo aprono.
È possibile. Le strutture di grazia digitali lo dimostrano. L’intelligenza artificiale non è né demonio da esorcizzare né salvatore da adorare. È mediazione che partecipa all’azione umana, e come ogni mediazione, può essere redenta. Ma la redenzione richiede intenzionalità, competenza, discernimento.
Richiede che sviluppiamo virtù tecnologiche, che esercitiamo l’opzione preferenziale per l’utente, che costruiamo comunità capaci di resistenza attiva. Richiede che abitiamo criticamente l’ambiente digitale per trasformarlo secondo finalità soprannaturali.
La domanda che ci portiamo a casa è questa: l’IA che uso, l’ambiente digitale che abito, le configurazioni algoritmiche a cui mi affido, mi aprono o mi chiudono il Cielo?
Il discernimento di questa domanda è il compito urgente della teologia digitale del nostro tempo.
