perché le piattaforme social non possono evangelizzare
Indice
Ho letto recentemente un articolo di Rivista Studio che descrive il fenomeno dei preti influencer in Italia: don Roberto Fiscer con i suoi 800mila follower su TikTok, don Cosimo Schena con i suoi reel carichi di emotività ma poveri di teologia, don Alberto Ravagnani che promuove integratori tra un podcast e l’altro. L’articolo è acuto nel descrivere una Chiesa che sembra aver scelto l’entertainment come risposta al declino delle vocazioni e alla desertificazione degli oratori.
La diagnosi dell’articolo è chiara: siamo di fronte a una «spiritualità in formato snack, fruibile e monetizzabile, dove il carisma vale quanto la reach». Ma io vorrei andare oltre la critica sociologica e porre una domanda più radicale: può la logica delle piattaforme social essere uno strumento adeguato all’evangelizzazione? La mia risposta, come studioso di teologia digitale, è netta: no.
Il problema non è morale, è strutturale
Quando critico i preti influencer, non sto facendo un discorso moralistico sulle intenzioni dei singoli sacerdoti. Non dubito che molti di loro siano animati da sincero zelo pastorale e desiderio di raggiungere i giovani. Il problema che sollevo è più profondo: riguarda la struttura stessa delle piattaforme social e la loro incompatibilità con l’azione evangelizzatrice.
Le piattaforme come TikTok, Instagram, YouTube non sono strumenti neutri che la Chiesa può semplicemente «usare bene». Sono ecosistemi progettati con obiettivi precisi: catturare l’attenzione, generare engagement, trattenere gli utenti il più a lungo possibile, e infine monetizzare questa attenzione attraverso la pubblicità. Ogni aspetto del loro design, dall’algoritmo di raccomandazione alla durata massima dei video, dalle metriche di successo alle affordances dell’interfaccia, è calibrato su questi obiettivi.
Quando un prete entra in questo ecosistema come influencer, non può semplicemente ignorare queste logiche ed «evangelizzare liberamente». Deve invece adattarsi alle regole del gioco: produrre contenuti brevi, emotivamente coinvolgenti, facilmente condivisibili, ottimizzati per l’algoritmo. Deve misurare il suo successo in follower, like, commenti, visualizzazioni. Deve competere per l’attenzione in un mercato saturo dove la prossima distrazione è a un solo swipe di distanza.
In altre parole, il prete-influencer non è padrone del mezzo che usa: è agito dalla logica della piattaforma. E questa logica è strutturalmente incompatibile con l’annuncio del Vangelo.
Dal dono alla merce
La grazia, nella teologia cattolica, è dono gratuito di Dio. Non si può meritare, non si può comprare, non si può conquistare con le proprie forze. È pura iniziativa divina che precede ogni nostra risposta. Questa gratuità radicale è costitutiva del cristianesimo: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).
Ora, le piattaforme social sono ecosistemi capitalistici dove nulla è gratuito. Ogni contenuto che pubblichiamo, ogni like che riceviamo, ogni minuto che passiamo scrollando è parte di un ciclo economico. Noi produciamo contenuti gratuitamente, le piattaforme li monetizzano attraverso la pubblicità, e ci ripagano con visibilità, engagement, la dopamina del feedback sociale.
Quando il cristianesimo entra in questo ciclo, subisce una trasformazione ontologica. Da dono gratuito diventa contenuto da consumare. Da mistero ineffabile diventa prodotto ottimizzabile. Da chiamata alla conversione diventa intrattenimento consolatorio. L’articolo di Rivista Studio lo dice bene: Rosalía può vendere rosari deluxe con il suo monogramma perché “«a forma cristiana ha una vita propria rispetto alla sostanza».
Questa scissione tra forma e sostanza è esattamente ciò che dovremmo rifiutare. Nel pensiero cattolico classico, forma e sostanza sono unite: la forma esprime e realizza la sostanza. Un sacramento non è un simbolo arbitrario ma il segno efficace della grazia che comunica. Allo stesso modo, le forme dell’evangelizzazione non possono essere indifferenti: devono essere coerenti con il contenuto che veicolano.
Quando invece accettiamo di inserire il cristianesimo nelle logiche commerciali delle piattaforme, stiamo accettando che la fede diventi merce. E una fede-merce non è più cristianesimo, è qualcos’altro.
Influencer: illusione della nuova evangelizzazione
I sostenitori dei preti influencer spesso invocano la nuova evangelizzazione: bisogna andare dove sono i giovani, usare i loro linguaggi, adattarsi ai nuovi media. L’argomento sembra convincente: San Paolo non diceva forse «Mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno»? (1 Cor 9,22).
Ma c’è una differenza cruciale. San Paolo si adattava culturalmente ai suoi interlocutori mantenendo integro il kerygma. Cambiava le forme retoriche, i riferimenti culturali, persino alcune pratiche disciplinari, ma non negoziava mai il nucleo del messaggio evangelico. Soprattutto, non accettava mai di inserire il Vangelo in logiche economiche o di potere contrarie ad esso.
I preti influencer invece non si limitano a usare un linguaggio nuovo: accettano una logica strutturalmente contraria al Vangelo. L’algoritmo non è neutro rispetto al messaggio: lo modella, lo filtra, lo orienta verso ciò che genera engagement. I contenuti che funzionano sui social non sono quelli più veri o più profondi, ma quelli più emotivamente coinvolgenti, più facilmente condivisibili, più rassicuranti o provocatori.
Ecco perché, come nota l’articolo, i reel di don Cosimo Schena sono «colmi di frasi apodittiche» che «titillano l’emotività ma non hanno alcuna profondità teologica». Non è una scelta consapevole del prete: è la logica della piattaforma che seleziona questo tipo di contenuti. Un video che spiega con pazienza la dottrina della grazia, che affronta onestamente i paradossi della fede, che chiama a una conversione radicale, semplicemente non funzionerebbe su TikTok.
E allora cosa significa evangelizzare su TikTok? Significa produrre contenuti che l’algoritmo ritiene abbastanza coinvolgenti da mostrare ad altri utenti. Significa costruire un personal brand abbastanza forte da competere nel mercato dell’attenzione. Significa misurare il successo pastorale in metriche che non hanno nulla a che fare con la conversione vera.
Come nota giustamente l’articolo, «vedere nel fenomeno dei preti influencer un successo della nuova evangelizzazione è solo un confirmation bias». I numeri impressionanti di follower e visualizzazioni mascherano una realtà ben diversa: «i preti influencer sono gli attori social che fanno rumore nel silenzio imbarazzante che si respira entrando negli oratori o nelle chiese di tutto il mondo».
Agency partecipata: un’alternativa possibile
Nel mio lavoro di ricerca, propongo un concetto che chiamo «agency partecipata». È un modo di pensare l’azione umana, anche quella mediata dalla tecnologia, come partecipazione all’azione divina. Non siamo agenti autonomi che usano strumenti neutri per realizzare i propri scopi. Siamo creature che agiscono in quanto mosse da Dio e gli strumenti che usiamo non sono mai neutri ma incorporano valori, orientamenti, logiche.
Applicata all’evangelizzazione digitale, l’agency partecipata comporta alcune conseguenze radicali. Primo: non possiamo semplicemente usare le piattaforme commerciali sperando che la bontà delle nostre intenzioni neutralizzi la loro logica intrinseca. Le piattaforme ci usano tanto quanto noi le usiamo: ci modellano, orientano le nostre pratiche, cristallizzano certi comportamenti e ne rendono altri impossibili.
Secondo: dobbiamo progettare ambienti digitali alternativi, dove l’architettura stessa faciliti la partecipazione alla grazia invece che l’accumulo di “peccati”. Questi ambienti dovrebbero privilegiare la profondità sulla velocità, la comunità sull’audience, il dono sulla competizione, il silenzio sul rumore.
Terzo: la presenza digitale della Chiesa non può essere delegata a singoli preti-influencer che costruiscono personal brand. Deve invece esprimere la natura comunionale della Chiesa, dove il prete non è una star ma un mediatore sacramentale, dove l’attenzione non è concentrata sulla persona ma orientata al mistero.
So che questa prospettiva può sembrare utopica o irrealistica. In un mondo dove tutti usano i social, dove i giovani passano ore su TikTok e Instagram, come può la Chiesa chiamarsi fuori? Non rischia di marginalizzarsi ulteriormente?
La mia risposta è che la Chiesa non è chiamata a competere nel mercato dell’attenzione, ma a offrire un’alternativa radicale. La sua forza non è mai stata nei grandi numeri ma nella qualità della testimonianza, nella profondità della formazione, nella solidità delle comunità che genera. Una spiritualità in formato snack può raggiungere milioni di persone e non convertirne nessuna. Una comunità che forma discepoli autentici può essere piccola e cambiare il mondo (vedi Luca 5, 1-10).
Conclusione: resistere alla logica della piattaforma
L’articolo di Rivista Studio si chiude con una citazione che trovo molto eloquente: «Se il mistero ha bisogno di engagement, allora vale quel claim che per Toscani era la quintessenza del marketing, non della fede: chi mi ama mi segua, appunto».
Ecco il punto: il mistero cristiano non ha bisogno di engagement. Non ha bisogno di essere ottimizzato per l’algoritmo, non ha bisogno di competere per l’attenzione, non ha bisogno di trasformarsi in intrattenimento per essere rilevante. Ha bisogno di essere annunciato con fedeltà, vissuto con autenticità, testimoniato con coraggio.
La mia opposizione ai preti influencer non nasce da nostalgia del passato o da tecnofobia. Nasce dalla convinzione che la Chiesa debba resistere alla logica delle piattaforme commerciali invece di adattarvisi. Questa resistenza non significa rifiutare il digitale in quanto tale, ma esigere un digitale diverso: ambienti progettati per la crescita spirituale e non per la cattura dell’attenzione, spazi di comunità autentica e non di audience atomizzate, strumenti che cristallizzino virtù invece che dipendenze.
È un compito difficile, forse impossibile nell’immediato. Ma è l’unico approccio coerente con una fede che si dice incarnata: se crediamo davvero che la forma debba esprimere la sostanza, che i mezzi non siano indifferenti ai fini, che l’ambiente tecnico modelli l’azione umana, allora dobbiamo avere il coraggio di dire no a un digitale che mercifica la fede.
E dobbiamo avere la creatività teologica e tecnica per immaginare alternative. Non è impossibile. È solo molto più faticoso che aprire un account TikTok.
