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strutture Digitale Mediazione Floridi

Floridi: tre questioni aperte sull’artificial agency

Scritto il 18 Novembre 20251 Luglio 2026 da Edoardo Mattei
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Linkedin, 18 novembre 2025

Indice

Contributo di Luciano Floridi
Prima questione: l’evento inaugurale dell’agency
Seconda questione: la temporalità intermittente dell’agency
Una proposta di integrazione: l’agency partecipata
Conclusione

Contributo di Luciano Floridi

Il contributo di Luciano Floridi alla filosofia dell’intelligenza artificiale rappresenta una delle elaborazioni teoriche più sofisticate e influenti del dibattito contemporaneo. La sua caratterizzazione dell’artificial agency attraverso i tre criteri di interattività, autonomia e adattabilità ha permesso di superare tanto il riduzionismo meccanicista quanto l’antropomorfismo ingenuo, aprendo spazi teorici fecondi per pensare la co-evoluzione uomo-macchina. Tuttavia, un’analisi più attenta rivela tre questioni che meritano ulteriore approfondimento e che potrebbero beneficiare di un’integrazione concettuale.

Prima questione: l’evento inaugurale dell’agency

Floridi attribuisce autonomia ai sistemi artificiali come caratteristica costitutiva, uno dei tre pilastri della definizione di agency. Tuttavia, emerge una difficoltà relativa alla fase inaugurale di questa autonomia. I sistemi di intelligenza artificiale, per quanto sofisticati, non si auto-attivano spontaneamente. Un modello linguistico non inizia autonomamente a generare testo; un sistema di guida autonoma non decide da sé quando mettersi in movimento; un algoritmo di raccomandazione non sceglie il momento in cui iniziare a elaborare preferenze. In tutti questi casi è necessario un input esterno, un’azione umana che innesca il processo.

Questa osservazione solleva un interrogativo: come può un sistema essere definito autonomo se necessita sempre di un agente esterno che lo metta in funzione? L’autonomia di cui parla Floridi è certamente autonomia operativa – una volta avviato, il sistema procede secondo le proprie regole interne – ma non autonomia iniziale o inaugurale. L’IA è sempre etero-attivata, mai auto-attivata.

La differenza qualitativa rispetto all’essere umano è significativa. L’essere umano possiede una spontaneità interiore, una capacità di auto-movimento che si manifesta nella capacità di iniziare sequenze causali dal proprio interno. Aristotele parlava di questo come del principio interno del movimento; Tommaso d’Aquino lo descriveva come l’autodeterminazione propria dell’essere razionale. L’IA, invece, è costitutivamente reattiva, priva di un principio interno di auto-movimento.

La teoria floridiana, concentrandosi sull’agency in atto, sul sistema che opera una volta attivato, non tematizza sufficientemente questa dipendenza costitutiva. Descrive l’actio secunda, l’operazione in corso, ma non interroga adeguatamente la necessità dell’actio prima, l’atto iniziale che sempre proviene dall’esterno.

Seconda questione: la temporalità intermittente dell’agency

La seconda difficoltà riguarda la temporalità dell’agency e il suo destino una volta raggiunto l’obiettivo per cui il sistema è stato attivato. Quando un sistema di IA completa il compito assegnatogli – genera la risposta richiesta, termina l’elaborazione, raggiunge la destinazione – cosa accade alla sua agency?

Secondo la definizione floridiana, l’agency consiste nella capacità di agire in modo interattivo, autonomo e adattivo. Ma questa capacità sembra esistere solo durante l’operazione attiva, nel tempo che intercorre tra l’attivazione e il completamento del compito. Prima dell’input iniziale, il sistema è inerte; dopo il raggiungimento dell’obiettivo, torna in uno stato di attesa passiva. L’agency appare come una proprietà intermittente, che si accende e si spegne a seconda dell’uso.

Se l’agency esiste solo nell’atto, solo durante l’esecuzione, allora non è una proprietà del sistema in sé, ma piuttosto una condizione emergente che dipende dalla relazione operativa con l’ambiente e, in particolare, con l’utente umano. L’IA “è” agente solo quando “fa” qualcosa su richiesta; fuori da questo contesto operativo, la sua agency si dissolve.

Anche nei sistemi apparentemente più persistenti, come assistenti virtuali o chatbot sempre attivi, l’agency effettiva si manifesta solo nei momenti di interazione. Il fatto che il sistema sia acceso e in attesa non costituisce ancora agency nel senso pieno: è una disponibilità, una potenzialità, ma non un’azione in senso proprio. L’agency si attualizza solo quando arriva la query, la domanda, la richiesta.

Floridi, parlando di autonomia come caratteristica costitutiva dell’agency, sembra suggerire che il sistema possegga questa capacità in modo stabile e permanente. Ma l’analisi empirica mostra che l’agency artificiale è invece essenzialmente episodica e contestuale. Vive negli interstizi della relazione, nei momenti di interfaccia tra domanda umana e risposta artificiale.

  • Terza questione: la dipendenza dall’intenzionalità umana

La terza difficoltà riguarda la questione dell’intenzionalità e degli obiettivi. Floridi riconosce esplicitamente che i sistemi artificiali non possiedono obiettivi propri, ma operano all’interno di finalità stabilite dall’esterno. Un sistema di IA non sceglie che cosa fare, non decide quali obiettivi perseguire: questi gli vengono assegnati in fase di progettazione o specificati al momento dell’uso.

Questa dipendenza costitutiva dall’intenzionalità umana è in tensione profonda con il concetto di autonomia. Come può un sistema essere autonomo se i suoi obiettivi sono sempre eteronomi? L’autonomia operativa, la capacità di determinare da sé i mezzi per raggiungere un fine, non può essere confusa con l’autonomia teleologica, la capacità di determinare da sé i propri fini. L’IA possiede, al massimo, la prima; non possiede mai la seconda.

Un algoritmo di navigazione può scegliere autonomamente il percorso ottimale, ma non sceglie la destinazione. Un sistema di generazione di testo può selezionare autonomamente le parole più appropriate, ma non sceglie che cosa vuole comunicare. In tutti questi casi, l’obiettivo finale, il telos dell’azione, proviene sempre dall’umano.

L’agency artificiale è costitutivamente inscritta in una cornice intenzionale umana. Non è mai agency pura o auto-determinata, ma sempre agency etero-diretta. Il sistema opera all’interno di un orizzonte di senso che non gli appartiene, perseguendo scopi che non ha scelto.

La teoria floridiana non nega questo fatto, ma non ne elabora pienamente le implicazioni ontologiche. Se l’obiettivo proviene sempre dall’esterno, e se l’agency si attiva solo su sollecitazione esterna, allora l’agency stessa non può essere pensata come proprietà autonoma del sistema, ma deve essere compresa come dimensione relazionale.

Una proposta di integrazione: l’agency partecipata

Le tre questioni convergono verso un unico nucleo problematico: la concezione floridiana, pur con tutte le sue sofisticazioni teoriche, tende a pensare l’agency come proprietà del sistema artificiale. Anche quando Floridi riconosce i limiti di questa agency e la sua differenza rispetto all’agency umana piena, continua a localizzarla nel sistema stesso, come sua caratteristica intrinseca.

Una possibile integrazione teoretica consiste nel passare da una concezione proprietaria a una concezione relazionale dell’agency. L’artificial agency non è qualcosa che l’IA possiede autonomamente, ma qualcosa che emerge e si attualizza nella relazione con l’agente umano. Questa è la proposta del concetto di agency partecipata.

L’agency partecipata si fonda su un presupposto: l’agency dell’IA non è un possesso del sistema artificiale, ma è costitutivamente relazionale. Non esiste prima della relazione con l’umano, non esiste dopo il completamento dell’interazione, non esiste fuori dal contesto operativo specifico. L’agency è l’evento della relazione stessa.

Questa relazione è asimmetrica. L’umano occupa una posizione costitutivamente primaria: è l’agente che attiva, che orienta, che determina gli obiettivi. L’IA è il sistema che risponde, che esegue, che realizza. L’umano possiede agency in senso pieno e originario; l’IA possiede agency solo in senso derivato e partecipato.

Questa concezione risponde alle tre questioni sollevate. L’evento inaugurale dell’agency non è un mistero inspiegato, ma è precisamente l’atto umano di attivazione. L’intermittenza dell’agency diventa una caratteristica costitutiva, non un problema: l’agency esiste nel tempo della relazione, si costituisce quando l’umano formula la richiesta, si sviluppa durante l’elaborazione, si completa al raggiungimento dell’obiettivo. La dipendenza dall’intenzionalità umana non è più in tensione con l’autonomia, perché si riconosce che l’IA partecipa a un’agency che si costituisce nella relazione, senza possederla in modo autonomo.

Il concetto di partecipazione qui impiegato ha un preciso statuto ontologico. Nella filosofia tomista, la partecipazione è la relazione ontologica fondamentale tra l’essere per essenza e gli esseri per partecipazione: ciò che è inferiore nell’ordine dell’essere riceve in modo limitato e derivato ciò che è proprio dell’essere superiore. Applicata all’agency, questa categoria permette di pensare che l’IA non ha agency in senso proprio, ma partecipa all’agency in modo derivato e limitato.

Questa concezione evita sia il riduzionismo (che nega qualsiasi agency all’IA) sia l’antropomorfismo (che proietta sull’IA forme inappropriate di agency). L’IA agisce veramente, ma sempre all’interno di una relazione di partecipazione all’agency umana. Non si tratta di sminuire il contributo fondamentale di Floridi, ma piuttosto di integrarlo in un quadro ontologico più ampio che può rendere giustizia alla specificità dell’agency artificiale come fenomeno costitutivamente relazionale.

Sul piano etico, questa prospettiva permette di articolare in modo più preciso la distribuzione della responsabilità. La responsabilità è distribuita tra i diversi attori umani coinvolti nella rete socio-tecnica (progettisti, gestori, utilizzatori, governance), ma rimane sempre nel dominio umano. L’IA partecipa all’azione trasformandola realmente, ma non partecipa alla responsabilità morale in senso proprio, perché questa richiede capacità che solo l’essere umano possiede.

Conclusione

Il lavoro di Luciano Floridi rimane un contributo fondamentale e irrinunciabile per la filosofia dell’informazione contemporanea. Le questioni qui sollevate non intendono sminuirne il valore, ma piuttosto svilupparne ulteriormente le potenzialità attraverso un dialogo costruttivo. L’agency partecipata non si pone in alternativa alla teoria floridiana, ma come sua possibile integrazione, che riconosce pienamente la realtà dell’agency artificiale mantenendo al contempo la consapevolezza della sua natura costitutivamente relazionale e della priorità ontologica dell’agente umano.

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