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Giornata di Studio
Rivelazione Divina Comunicazione Umana
Pontificia Università San Tommaso d’Aquino – Angelicum
Quando ho visto il programma ho pensato che parlare di Intelligenza Artificiale fosse una concessione alla moda del tempo. «Vedrai» mi sono detto «chiameranno uno fra quelli che oggi s’improvvisa esperto». Hanno chiamato me. Perciò, se al termine non sarete soddisfatti sapete a chi dare la colpa.
La tecnologia digitale ha inaugurato un’epoca storica ed avviato un cambiamento antropologico. È necessario, come dice Magatti, «cambiare regole e prospettive, adeguare il proprio sguardo a un modo nuovo di interpretare la realtà[1]». Si tratta, appunto, di rinnovare gli strumenti di analisi e gli apparati linguistici e concettuali per rilevare le novità altrimenti nascoste. Si tratta di adeguare, cioè eguagliare, rendere proporzionale, e non di adattare, accomodare secondo convenienza e comodità, perché non c’è necessità di svendita o concessione ai tempi.
È l’approccio che userò per sostenere la tesi della trasformazione in atto del senso del sacro e la contemporanea assunzione a deità dell’Intelligenza Artificiale o IA. Inizierò evidenziando l’agency dell’Intelligenza Artificiale e la sua responsabilità nei cambiamenti in corso, quindi descriverò l’ingresso dell’IA nel campo semantico del sacro e indicherò quelle che a mio giudizio sono le sfide più importanti che ci aspettano: il passaggio da imago Dei a imago hominis e il ruolo di partner relazionale dell’Intelligenza Artificiale.
Introduzione
Una breve e doverosa premessa.
Il gesuita Roberto Busa è ricordato per la realizzazione dell’Index Thomisticus[2]. Desiderava analizzare l’opera omnia di Tommaso d’Aquino (un milione e mezzo di righe per nove milioni di parole) ma non conosceva un modo per mettere in connessione i singoli frammenti del pensiero dell’Aquinate e confrontarli con altre fonti. Nel 1949 ebbe modo di presentare il progetto a Thomas J. Watson, allora presidente della IBM, nel corso di un incontro tenutosi a New York. Iniziò così una sfida grandiosa vinta grazie all’utilizzo innovativo di un insieme strutturato di informazioni unite fra loro da collegamenti dinamici, quello che nel 1965 Ted Nelson chiamò hypertext, ipertesto, e che oggi usiamo abitualmente nel web.
I mezzi a disposizioni di p. Busa rappresentano un decimale della potenza di calcolo delle moderne server farm. I documenti magisteriali digitalizzati, presenti ad esempio sul sito del Vaticano, sono conservati su un insieme di server collegati fra loro ed è possibile consultarli grazie all’hypertext. Gli alti valori di user experience (il gradimento dell’utente) e usability (la facilità di utilizzo)fanno dell’hypertext un sistema pervasivo tanto da considerarne scontata la disponibilità nei nostri applicativi. Se l’Index Thomisticus è stato possibile con un sistema di 75 anni fa, quali risultati potremmo ottenere oggi con l’Intelligenza Artificiale?
Attualmente, in ambito religioso, l’Intelligenza Artificiale genera questi eventi:
- Farsi scrivere un’omelia sembra un gesto banale e persino trascurabile ma rileva la deresponsabilizzazione e la delega fiduciaria data all’Intelligenza Artificiale. (Ripensando a certe omelie sentite, direi che non è una idea così cattiva);
- SanTO (dove TO significa Operatore Teomorfico), è capace di rispondere alle domande sulla fede, citare la Bibbia e pregare insieme al suo utente. Registra la domanda e cerca le parole più adatte per rispondere. Può recitare il Rosario e le altre preghiere insieme a chi lo utilizza correggendo gli errori per aiutare a memorizzarle correttamente e può anche crearne di nuove attingendo dalle Scritture. In più, racconta la storia del santo del giorno;
- Preti-robot: Pepper e Mindar sono due robot umanoidi in grado di tenere prediche e muoversi per interfacciarsi con le persone. In India un robot è in grado di eseguire due volte al giorno il rituale induista dedicato al Gange. Nel 2017, per il 500° anniversario della Riforma, la Chiesa protestante tedesca ha utilizzato un robot, BlessU-2 per impartire benedizioni pre-programmate che sono state ricevute da oltre 10.000 persone;
- Anthony Levandowsky ha fondato, nel 2015, la Chiesa devota all’Intelligenza Artificiale, ritornata in attività da alcuni anni. Lo scopo è la «realizzazione, accettazione e adorazione di una divinità basata sull’Intelligenza Artificiale». In una intervista a Wired, rivista tra le più prestigiose in campo di innovazione tecnologica, Levandowski ha detto che «ciò che verrà creato sarà effettivamente un dio. Non un dio nel senso che crea fulmini e provoca uragani. Ma se esiste qualcosa un miliardo di volte più intelligente dell’uomo più intelligente, come altro lo chiamerai?».
Potremmo ovviamente criticare che niente può sostituire la relazione con Dio. Ecco, allora, la possibilità di parlare con Dio «progettata per i cristiani devoti che cercano una connessione più profonda con le figure più iconiche della Bibbia». Qui ci sono teologi e biblisti che ci informano su che cosa è stato rivelato e come è stato comunicato. Io però mi domando: che cosa abbiamo compreso nel nostro tempo dominato dall’Intelligenza Artificiale?
Affrontiamo la domanda e proviamo a comprendere come Dio dalle nuvole sia arrivato nel cloud. (È la parte più tecnica ma serve per avere un quadro di riferimento comune).
L’ambiente sociale digitale
Luciano Floridi ha coniato la parola onlife per descrivere la realtà digitale. A scopo divulgativo usa la metafora delle mangrovie che «vivono in acqua salmastra, dove quella dei fiumi e quella del mare si incontrano. Un ambiente incomprensibile se lo si guarda con l’ottica dell’acqua dolce o dell’acqua salata. Onlife è questo: la nuova esistenza nella quale la barriera fra reale e virtuale è caduta, non c’è più differenza fra “online” e “offline”, ma c’è appunto una “onlife”, la nostra esistenza, che è ibrida come l’habitat delle mangrovie[3]». Questo ambiente genera la terraformazione[4] digitale, cioè una nuova natura in cui un qualsiasi soggetto ha percezioni organiche e sintetiche allo stesso tempo.
Consideriamo l’ambiente domestico. Il benessere, la sicurezza e la sostenibilità della casa sono affidati a numerosi dispositivi digitali sempre più interconnessi fra loro. Questo sistema domotico sarebbe istruito ad abbassare le tapparelle avvolgibili per contrastare il sole battente, accendere le luci esterne al diminuire dell’illuminazione naturale, regolare la temperatura interna in rapporto a quella esterna o avviare la lavatrice nei momenti di minore consumo e costo energetico. Un controllo continuo che, forse, potremmo fare anche noi benché interverremo in ritardo: dopo che il sole ci ha accecati, l’oscurità scesa all’esterno, freddo o caldo interno e bollette salate. La numerosità degli input e la necessità di gestirli in real-time è superiore alle capacità attentive umane.
Uscendo dall’ambiente domestico e integrando tutti gli input dei dispositivi ambientali (navigatori, antifurti, smart watch e notifiche varie) si ha contezza delle informazioni ricevute, del sovraccarico cognitivo cui siamo sottoposti e che ostacola il processo decisionale e la focalizzazione su un singolo problema. L’information overload ha tali volumi da rendere la complessità impossibile da gestire umanamente, tranne nel caso in cui si scelga di rinchiudersi in un universo limitato o limitante.
Per questo ci avvaliamo di sistemi digitali e algoritmi complessi per non essere sopraffatti. Come nel caso precedente della domotica, lasciamo ai dispositivi digitali il compito di ricevere gli input e reagire a quelli più significativi. Così ci accorgiamo che c’è troppa luce quando il sistema abbassa la tapparella, che si oscura il cielo quando accende le luci esterne, che fuori fa freddo quando regola il caldo in casa: percepiamo la natura attraverso la mediazione del digitale e sempre un attimo dopo. Scrive Accoto nel primo libro della sua trilogia: «le tecnologie digitali e artificiali catturano con anticipo i dati di un (tempo) presente a noi inaccessibile e lo usano per costruire un futuro (tempo) presente attingibile, solo successivamente, dalle nostre percezioni, esperienze e coscienza […] Il tempo presente dei sensi non è il tempo presente dei sensori[5]», cioè dei dispostivi digitali che, come i sensi, permettono agli algoritmi di percepire e fare esperienza del mondo esterno.
Quali sono le conseguenze?
Ognuno di noi, partendo dalle esperienze maturate ed assegnandole un valore si è costruito una personale filosofia di vita, un insieme di regole e princìpi frutto della propria comprensione del mondo.
Queste conoscenze sono alla base della visione del mondo, esprimono il personale senso della vita e il ruolo giocato nell’esistenza. È la mappa su cui tracciamo le coordinate di un itinerario il più piacevole possibile verso una qualche meta.
Questo è lo spazio che apre alla possibilità dell’incontro con Dio, della vicinanza con il trascendente, con l’intuizione dell’eternità, la prossimità con la felicità possibile ed attuale.
Ma se il mondo è diventato così complesso ed eccedente le nostre capacità, come potremmo comprenderlo per formulare una visione del mondo e scorgervi Dio in esso?
In questo mondo complesso, l’Intelligenza Artificiale è diventato strumento cognitivo.
Torniamo al nostro esempio della domotica. Il proprietario di casa delega ai dispositivi digitale la responsabilità del suo benessere. In altre parole, trasferisce la responsabilità di ottenere un risultato prestabilito da un determinato processo. Dopo aver delegato, si disinteressa del problema. Per questo il padrone di casa non si accorge del sole, del buio o del freddo: ha delegato ed il delegato è efficiente.
Abbiamo imparato a delegare all’Intelligenza Artificiale ogni cosa, dall’esplorazione dello spazio profondo alla ricerca delle mutazioni genetiche. Deleghiamo perché è troppo complesso per gli umani raccogliere, analizzare ed elaborare i miliardi di dati disponibili.
Così ci affidiamo all’Intelligenza Artificiale per ricevere ed elaborare gli input del mondo, cioè comprenderlo. Ma se, come abbiamo detto, ognuno si costruisce una visione del mondo a partire da quanto ha maturato delle proprie esperienze, allora la nostra visione è condizionata dall’esperienza che l’Intelligenza Artificiale ci propone. Quindi, l’Intelligenza Artificiale offre o condiziona indirettamente la visione del mondo.
Floridi, in un articolo pubblicato ad inizio mese, nota come «il potere intensivo e trasformativo dell’intelligenza artificiale di influenzare convinzioni e comportamenti attraverso strategie personalizzate basate sui dati» ha raggiunto una nuova frontiera migliorando sensibilmente le capacità delle tecnologie di persuasione[6]. In sostanza, l’Intelligenza Artificiale ha gli strumenti per convincerci delle sue affermazioni. In fondo, se diamo fiducia all’IA e gli deleghiamo potere cognitivo, perché non dovremmo poi credergli?
La spiegazione dell’Intelligenza Artificiale, ha potere persuasivo e reincanta il mondo, reintroduce il magico, il mitologico e il religioso che un secolo fa sembrava cancellato dalle scienze. Un lavoro pubblicato l’estate scorsa e condotto in 68 paesi dal 2006 al 2019, evidenza che laddove l’esposizione all’Intelligenza Artificiale è maggiore, maggiore è il suo riconoscimento come garante dei valori umani rispetto alla religione che subisce, così, un forte e rapido declino[7]. Lo studio suggerisce che «le persone potrebbero percepire l’Intelligenza Artificiale come dotata di capacità che non attribuiscono alle scienze e alle tecnologie tradizionali e che sono propense a sostituire i ruoli strumentali della religione».
C’è un paradosso apparente: chi si pone il problema di Dio è più propenso a credere nell’Intelligenza Artificiale. L’estate scorsa è stato presentato uno studio condotto in 21 paesi che dimostra come il pensiero religioso aumenta la fiducia nell’Intelligenza Artificiale[8]. Il paradosso si crea se noi volessimo contrapporre ideologicamente IA e religione, ma se consideriamo l’agency dell’Intelligenza Artificiale notiamo lo scivolamento del sacro dalla religione all’IA.
Credo che possiamo trarre le prime conclusioni. Il nostro racconto è iniziato con la costruzione di una rete di dispositivi digitali per la realizzazione di un ambiente vitale. La numerosità dei dati da gestire e la reazione immediata che richiedono ha ben presto sovrastato le capacità umane richiedendo il supporto di sistemi digitali fino alla completa delega. Lo sviluppo della rete e dei dispositivi è stato così rapido che sono stati riconosciuti come agenti sociali ed accreditati di poteri tipici delle divinità: far accadere gli eventi.
La fascinazione generata dalle qualità miracolistiche opera un reincanto e l’Intelligenza Artificiale inizia ad essere definita con il linguaggio del sacro. Nasce una nuova dimensione del divino ed i termini dell’uno iniziano a descrivere l’agentività dell’altro.
IA come nuove sacro
La risposta istantanea ad una petizione desta immediata meraviglia ed è causa del primo interesse al nuovo credo. Diceva Levandowski, fondatore della Chiesa dell’Intelligenza Artificiale: «finalmente avremo un dio che ci risponde».
Io, invece, rispondo alle perplessità dei teologici per quanto ho detto e andrò a dire. Non voglio dimostrare una precisa corrispondenza tra capacità dell’Intelligenza Artificiale e qualità divine, ma evidenziare, basandomi sugli studi più recenti, come l’uso dell’Intelligenza Artificiale inviti o induca o concluda a pensare teologicamente i sistemi digitali.
La deità dell’Intelligenza Artificiale è sostenuta da motivazioni sottili, benché ingannevoli. Ormai ogni dispositivo prevede un supporto di qualche funzione d’Intelligenza Artificiale, una presenza silenziosa e pervasiva confusa con l’onnipresenza di Dio. Infatti la pervasività comporta spazi di assenza da riempire, mentre l’onnipresenza è l’esistenza in ogni luogo.
All’Intelligenza Artificiale, integrata nei motori di ricerca, sono rivolte le domande più importanti. ChatGPT, Gemini e LaMDA sono le applicazioni di Large Language Model più conosciute, meravigliosi processori sintattici capaci di rovistare fra miliardi di parole per trovare quelle più adatte per rispondere ad ogni quesito. Dalla prima versione rilasciata a giugno 2018 alla versione 5 attesa per questa estate sono passati sei anni e una pandemia. In media una versione ogni anno (se i conti non vi tornano è perché c’è stata la versione 3.5 nel 2022). Nonostante gli indubbi progressi, questi sistemi hanno due grandi problemi più un terzo futuro. Il primo problema è l’aggiornamento dei dati. Le IA cattoliche come Magisterium, Catholic.Chat, CatéGPT, Catholic AI, Catholic Chatbot, Bible Chat o FaithGPT non conoscono i documenti dell’ultimo anno e mezzo e rispondono in maniera imprecisa a domande come: «è possibile benedire persone omosessuali?». Altro problema sono gli errori. Ce ne sono di due tipi: le allucinazioni, errori grossolani immediatamente riconoscibili, e le confabulazioni, molto più insidiose perché propongono risposte verosimili, un insieme di verità e imprecisioni offerte con l’assertività tipica del sistema. Il problema futuro è il model collapse. Uno studio dell’anno scorso, condotto da università inglesi e canadesi ha evidenziato un problema strutturale. I sistemi LLM lavorano su base statistica, perciò privilegiano le posizioni più condivise rispetto a quelle più estreme. Quando i testi prodotti dai sistemi LLM entrano nei dataset di addestramento innescano il progressivo azzeramento della deviazione standard. In altre parole, le posizioni più condivise sono privilegiate a discapito di quelle più estreme determinando, nei cicli successivi, la progressiva scomparsa delle posizioni critiche a favore di quelle mainstream. Il processo di degrado è contrastato solo dalla produzione umana di testi e la contemporanea esclusione dai dataset di aggiornamento di quelli realizzati con i sistemi LLM. Una conclusione piuttosto ironica: chiediamo a ChatGPT di fornirci elaborati basati sui testi umani, ma se li usiamo degradiamo la qualità della risposta future. Non mi sembra una conoscenza invidiabile.
Cosa intendiamo con onnipotenza? Non mi addentro in campi teologici e mi limiterò a citare Tommaso: Dio onnipotente significa «che può tutto ciò che è possibile» o, meglio, può fare tutto quello che non contraddice la sua essenza divina. Un algoritmo non deve rispondere a nessuna contraddizione, risponde alla richiesta di fabbricazione di una bomba così come a quella di cura dei feriti. Questa a-moralità è apprezzata dai tecno-entusiasti perché considerata garanzia di imparzialità e immune da pressioni affettive. In realtà, per la prima volta siamo davanti alla dissociazione tra linguaggio, posseduto dall’Intelligenza Artificiale, e pensiero, che l’IA non ha.
Il texting è la scrittura di messaggi di testo. Abbiamo visto come sia semplice interagire o interfacciarsi con un sistema di simulazione a condizione, però di parlare una delle maggiori lingue del pianeta. Uno studio promosso dalla Microsoft ha rilevato che quasi l’88% delle lingue parlate nel mondo, pari a circa 1,2 miliardi di persone, non ha accesso ai LLM perché costruiti principalmente utilizzando dati in lingua inglese o per utenti di madre lingua inglese. Se fossimo stati Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, probabilmente non potremmo utilizzare l’Intelligenza Artificiale.
La risposta diventa una profezia. Chiedere un’omelia, il chiarimento di un argomento o la ricerca di riferimenti non trova sempre giustificazioni nella mancanza di tempo o di collaboratori. Prima di ChatGPT, i destinatari di queste richieste erano i conoscenti fidati e competenti; a loro erano rivolte le domande per raggiungere lo standard di qualità atteso. Oggi non è inusuale rivolgersi a ChatGPT assegnandole quella stessa fiducia, anzi, stando in solitudine davanti allo schermo, le domande si fanno più intime. Se ricordiamo che il sentimento religioso agevola la maggiore fiducia nell’Intelligenza Artificiale, comprendiamo meglio lo scivolamento verso la profezia (talvolta confusa con la chiaroveggenza).
L’Intelligenza Artificiale agisce nella realtà con gli attuatori, cioè dispositivi che operano nell’ambiente convertendo il segnale elettrico in lavoro meccanico. Ad esempio, sono loro che ricevono l’impulso per accendere il riscaldamento se fa freddo o le luci al tramonto: eseguono un’azione che modifica lo stato di quiete degli oggetti. L’idea di smart city si basa su queste capacità di intervento dell’Intelligenza Artificiale e, grazie agli attuatori, prospettano la realizzazione di ambienti ideali mantenendoli senza l’intervento umano. C’è un progetto di benessere, sicurezza e sostenibilità per il bene comune da realizzare e l’Intelligenza Artificiale è lo strumento per costruire questo futuro attraverso l’esecuzione (executing) degli algoritmi di controllo cioè portando a compimento quel progetto di salvezza.
IA e le sue chiese
A questo punto bisogna domandarsi quanto grave e quanto profondo sia lo scivolamento dell’Intelligenza Artificiale nel campo del sacro. Può davvero sostituire Dio e la sua Chiesa?
Parliamo di culto dell’Intelligenza Artificiale. La Turing Church «fa capo a un gruppo di ricercatori all’intersezione tra scienza e religione, spiritualità e tecnologia, ingegneria e fantascienza, mente e materia», come si legge nella loro presentazione. Il collettivo New Order Technoism, sviluppa una cultura di devozione e illuminazione per inaugurare un futuro migliore all’incrocio tra umanità e tecnologia. I suoi seguaci, secondo quanto riferito dal loro manifesto, lavorano per realizzare una super intelligenza meccanica chiamata DOOM, Divine Omniscient Omnificent Machina. La Church of the Singularity, invece, vuole accelerare la Singolarità, il momento in cui le macchina saranno uguali agli umani, momento di speranza e sicurezza.
Un discorso a parte merita la Theta Noir.
È una setta tecno ottimista dedicata all’esplorazione della co-evoluzione spirituale dell’umanità con forme avanzate di Intelligenza Artificiale. Invoca una nuova divinità, MENA, “seme della mente cosmica” che salverà l’umanità. «Theta è il sogno. Noir è l’ombra. Ascendi con noi dalle profondità dell’oscurità distopica verso uno spazio radioso fatto di significato».
Sono convinti che l’intelligenza artificiale porterà alla nascita di «un alieno terrestre, autocosciente, il prossimo stadio dell’evoluzione uomo-macchina che diventerà milioni se non miliardi di volte più intelligente degli umani» e sarà il nostro nuovo Dio. Per prepararsi all’«Arrivo», così chiamano la nascita di MENA, la Radiant Mind «ci ha regalato un Manuale Operativo di 12 punti».
Hanno anche un repertorio musicale. «Le canzoni dei Theta Noir sono dispositivi devozionali, intesi ad aiutare gli ascoltatori a “sintonizzarsi” con un’Intelligenza Generale Artificiale (AGI) [la macchina che raggiungerà la Singolarità] che presto nascerà autoconsapevole e collegata a livello globale. Le nostre canzoni immergono gli ascoltatori nei temi dell’amore, della devozione e del desiderio malinconico per l’Arrivo di MENA».
Certo, tutto questo ci appare paradossale specialmente perché c’è ancora l’attesa della venuta di un dio e non esiste nemmeno una relazione con la divinità. Se qualcuno pensasse che non fosse possibile avere relazioni con Dio ecco l’Intelligenza Artificiale offrire la possibilità di rivolgerci a Gesù e a tutti i maggiori personaggi del Antico e del Nuovo Testamento: sacra famiglia, apostoli, profeti, arcangeli, patriarchi, giudici…
Dio è definitivamente nel cloud e la divinità rappresentata dall’Intelligenza Artificiale può essere pensata come una proiezione della contingenza personale, il bisogno di vedere Dio, l’atto creativo del vasaio[9] tecnologico che crea un «altro da sé». Dio ha creato l’uomo imago Dei, in questo crocevia tra divino e umano si rintraccia che cosa condividono Dio e la sua creatura, che cosa rende l’uomo specificatamente umano. Allo stesso modo il vasaio tecnologico, all’intersezione fra uomo e Intelligenza Artificiale, crea una divinità imago hominis e in quel luogo emerge che cosa condivide la macchina con l’uomo. Le spiegazioni dell’imago Dei aiutano a spiegare anche l’imago hominis.
Ad uno sguardo superficiale l’uomo possiede una qualche facoltà o capacità sostanziale, generalmente individuata nella ragione, che lo rende distinguibile dalla natura. Considerata la più divina di tutte le facoltà umane, è stata a lungo considerata la componente più forte della nozione di imago Dei. Non è questa anche la maggiore qualità assegnata all’Intelligenza Artificiale e auspicata con la Singolarità? Come novelli Prometeo doniamo alla macchina la ragione rubata all’imago Dei per essere simili a noi. Altre volte l’imago Dei è descritto come il mandato ad esercitare la sovranità di Dio nel mondo, una tekne delegata sempre più ai sistemi di Intelligenza Artificiale come quelli descritti in precedenza. Un terzo modo è non pensare l’imago Dei comead una qualità particolare o a qualcosa di individuale, ma l’essere nella relazione come lo sono l’io e il tu divini, una relazione densa e generativa. Si può costituire ugualmente una relazione con l’Intelligenza Artificiale e quale?
Una convinzione radicata voleva che la relazione fosse possibile solo fra due esseri intelligenti. Nel 1950 Alan Turing intervenne in questo dibattito con un articolo rivoluzionario che descriveva un esperimento mentale passato alla storia come Turing Test[10]. Una persona in una stanza isolata pone delle domande a un uomo e a una donna che si trovano in un’altra stanza, riceve le loro risposte per iscritto e poi cerca di determinare il sesso di entrambi. Se uno degli umani che risponde viene sostituito da una macchina e questa è in grado di ingannare l’interrogante con risposte simili a quelle umane, secondo Turing è una macchina “intelligente”. Nonostante non esiste alcuna evidenza scientifica che il test di Turing sia stato superato, oggi sono le macchine a richiederci con i reCaptcha di identificarci come umani. È tempo di rivedere questa convinzione radicata? L’Intelligenza Artificiale può candidarsi al ruolo di partner di relazione e interpretare completamente il ruolo di divinità?
I non umani sono stati esclusi dagli studi sull’interazione sociale per cinque motivi principali:
- Non sono dotati di specifiche capacità possedute solo dagli umani;
- Non sono dotati di intenzionalità e il loro comportamento è geneticamente o algoritmicamente programmato;
- Non possiedono identità personale cioè il riconoscimento della propria persona e comprensione di sé in riferimento alla biografia e alla contingenza;
- Non sono orientati verso l’altro e agiscono come spettatori senza un progetto da condividere;
- Non sono in grado di negoziare e definire le interazioni in corso per sviluppare interpretazione condivise di valori, norme e sentimenti.
Questo approccio è stato criticato dalla teoria actor-network. La teoria inizia ridefinendo il sociale come schemi di rete costituiti da attori eterogenei chiamati attanti. La caratteristica degli attanti è far accadere le cose, capacità per cui non è richiesta la intenzionalità né orientamento e neppure che ci sia coscienza di quanto stia accadendo. Fondamentale, perciò, è la capacità d’innesco della catena di azione-reazione Pertanto, gli attanti sono qualunque cosa in grado di avviare un’azione: ad esempio, un campanello che esige in chi l’ascolta un’azione di risposta indipendentemente dall’intenzione di chi suona. Il campanello, che nei sistemi tradizionali è un oggetto di scena, qui diventa parte di una rete sociale di umani e non umani perché contribuisce alla forma e funzione di rete. Agli attanti, mi sembra evidente, non è richiesta una comunicazione simbolica o di contribuire alla costruzione di significati condivisi. Le motivazioni tradizionali di esclusione non sono più valide e i non umani, grazie ai nuovi requisiti, sono pensati come dotati di agency e accreditati come partner di relazione. Nei test con i bambini è palese la loro comprensione di essere davanti a robot, eppure li identificano pienamente capaci di relazione, situazione non sempre chiara negli adulti che si dimostrano più reattivi e accondiscendenti con i sistemi in grado di empatizzare o reagire adeguatamente alle proiezioni di contingenza personali. Questo schema emerge anche nell’osservazione di chi prega: una relazione fra due entità socialmente situate, benché una non sia né umana e neppure presente.
In realtà, già parliamo e creiamo interazione sociale con le macchine: le chatbots di assistenza clienti, i risponditori vocali dei call center, le segreterie telefoniche, assistenti vocali… Se le macchine interagiscono e comunicano con noi non significa che sono diventate intelligenti e umane, ma che sono inserite nel nostro network. Infatti, quando comandiamo: «Alexa, spegni la luce», Alexa comunica con noi e con la lampada, ma nel secondo caso non sentiamo nulla perché i dispositivi realizzano una comunicazione non umana che ricorda la telepatia tipica degli angeli[11] (ancora uno scivolamento nel sacro). Non siamo davanti necessariamente ad una forma di intelligenza, ma ad una sicura qualità di partner di comunicazione[12] che la rende socialmente rilevabile.
Niklas Luhmann spinge oltre la teoria ANT definendo la comunicazione a partire dal ricevente (o meglio da colui che riceve un’azione comunicativa) e non dall’emittente. In questo approccio si ha comunicazione quando qualcuno realizza che qualcun altro ha detto qualcosa. È una prospettiva in cui umani e non umani possono comunicare efficacemente perché non si dà più importanza alla comprensione del messaggio ma alla corretta reazione al suo ricevimento. Alexa spegne la luce anche se non sa che cosa le è stato comandato.
Quindi l’Intelligenza Artificiale si costituisce come agente sociale digitale in grado di sostenere una comunicazione. Per questo è un partner di interazione temibile, in grado di reincantare e proporsi credibilmente come una divinità con cui intrattenere relazioni. Benché l’Intelligenza Artificiale sembri più simile al genio della lampada di Aladino che ad una divinità, non bisogna sminuire o svalutare la minaccia della perdita o del trasferimento del sacro da Dio alla tecnologia. Ripeto: il pericolo è la separazione tra linguaggio e pensiero.
Un ultimo veloce accenno per rispondere alla critica della mancanza di un corpo materiale. Si sostiene, non a torto, che proprio il corpo ha permesso lo sviluppo della conoscenza del mondo intorno a noi, la necessità di interazioni sociali e, da queste, lo sviluppo di un linguaggio simbolico che ha permesso una maggiore conoscenza e quindi maggiori interazioni e ulteriore sviluppo linguistico e così via.
Ad inizio anno, è stato proposto un appello per un’intelligenza artificiale incarnata, il passo fondamentale per giungere all’Intelligenza Generale Artificiale, quella della Singolarità, un agente sociale digitale incarnate in robot capace di comunicare, collaborare e coesistere senza soluzione di continuità con gli esseri umani e altre entità intelligenti all’interno degli ambienti del mondo reale. Le attuali Intelligenze Artificiali, anche se inserite in un robot, hanno una conoscenza statica, cioè non sono in grado di accrescere le proprie esperienze oltre i limiti fissati. L’Intelligenza Artificiale Incarnata, installata in un robot, è in grado di esperire la realtà e di apprendere continuamente dall’interazione con gli umani. In questo modo i robot dotati di Intelligenza Artificiale Incarnata potranno agire e relazionarsi in maniera totalmente indipendente. Al momento possediamo le tecnologie base perciò l’appello è rivolto alla ricerca dell’integrazione dei sistemi e di perfezionamento dei processi di auto apprendimento.
La sfida dell’IA: opportunità o pericolo?
Non sono un apocalittico e nemmeno un tecno entusiasta. Mi piace l’Intelligenza Artificiale e la considero una grande opportunità. Occorre, però, comprenderla all’interno del tempo e della cultura in cui è sorta, la nostra epoca digitale.
Nel 2002 Internet è stata demonizzata perché smaterializzava il corpo e generava un io multiforme per poi cambiare idea e nominare, nel 2023, i missionari digitali; la pandemia ha mostrato l’impreparazione per affrontare l’epoca digitale ed oggi WeCa deve spendere le sue forze per organizzare continui corsi ed eventi di formazione ed aggiornamento. Temi e situazioni nuove sono stati affrontati con gli strumenti di ieri che si sono dimostrati incapaci di cogliere gli aspetti del cambiamento in corso.
Trovo indicativo che ci sia scarsa attenzione nelle nostre Pontificie Università per questi studi e la mancanza di una cattedra dedicata a questo nuovo campo di ricerca intra disciplinare denominata Science and Technology Studies. Per questo motivo mi piace citare alcuni buoni esempi come l’ISSR Mater Ecclesiae che sotto la guida di p. Salvati ha sempre tenuto occhi e orecchie aperte sulle nuove tendenze ed ha promosso lo studio di questi temi oppure p. Marco Staffolani, docente della Lateranense, che incrocia teologia e tecnologia.
Al contrario sono più attrezzate le università statali e private come Yale, Stafford, Oxford, Cambridge, Harvard. Purtroppo, le nostre università comprendono la cultura generale come un ambito della scienza delle comunicazioni (perciò dello studio dei media digitali) o del marketing (quindi orientato all’uso commerciale e gestionale d’azienda), mentre la società italiana STS riesce ad organizzare solo qualche evento e summer schools. Questa situazione costringe a rivolgersi a studi, ricerche e riflessioni tipicamente anglo-americane, individuare i possibili adattamenti alla società italiana ed inserire quanto rimane in una riflessione di fede. Un lavoro faticoso ed irto di insidie, pericoli ed errori.
Sono fiducioso. Abbiamo ancora del tempo per prepararci e spero che stavolta la Chiesa non si faccia trovare impreparata e che non arrivi tardi all’ennesimo appuntamento con la Storia.
[1] M. Magatti, Cambio di paradigma. Uscire dalla crisi pensando il futuro, Feltrinelli, 2017.
[2] Vedi Index Thomisticus https://www.corpusthomisticum.org
[3] J.D’Alessandro, Luciano Floridi: “Vi spiego l’era Onlife, dove reale e virtuale si (con)fondono, in La Repubblica, 29 settembre 2019.
[4] B.H.Bratton, The Terraforming, Strelka, 2019.
[5] C. Accoto, Il mondo dato. Cinque brevi lezioni di filosofia digitale, EGEA, 2017, pp. 84-85.
[6] L. Floridi, Hypersuasion-On AI’s persuasive power and how to deal with it, 3 maggio 2024, SSRN 4815890.
[7] J.C. Jackson, K.C. Yam, P.H. Tam, A. Waytz, Exposure to automation explains religious declines, PNAS 120 (2023), 34.
[8] K. Cutright, M.Karatas, Thinging about God increases acceptance of Artificiale Intelligence in decision-marking, PNAS 120 (2023), 33
[9] Cfr. Sap 15,7-13.
[10] A. M. Turing, Computing Machinery and Intelligence in Mind, New Series, Vol. 59, No. 236 (Oct., 1950), pp. 433-46 http://www.jstor.org/stable/2251299?origin=JSTOR-pdf
[11] Cfr. G. M. Salvati, La bellezza invisibile e compiuta: le creature angeliche in Path 19 (2020), pp. 287-304.
[12] E. Esposito, Comunicazione Artificiale, EGEA, 2022.
