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Artificial Agency floridi

L’agency artificiale tra autonomia e relazione

Scritto il 18 Novembre 20252 Luglio 2026 da Edoardo Mattei
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🎙 Pubblicato con AKAVOICE Wordpress plugin

Un dialogo critico con Luciano Floridi

Disponibile su Academia.edu (PDF)

Indice

Abstract
1         L’artificial agency secondo Luciano Floridi
1.1       La definizione di artificial agency
1.2       Il ruolo del livello di astrazione
1.3       Agency e responsabilità morale
1.4       Il contributo teorico
2         Tre critiche all’artificial agency floridiana
2.1       Prima critica: l’evento inaugurale dell’agency
2.2       Seconda critica: il destino dell’agency al raggiungimento dell’obiettivo
2.3       Terza critica: la dipendenza dall’intenzionalità e dagli obiettivi umani
3         L’agency partecipata come soluzione
3.1       L’agency come relazione asimmetrica
3.2       La temporalità dell’agency partecipata
3.3       L’intenzionalità condivisa asimmetrica
3.4       La co-costituzione dell’azione
3.5       Partecipazione come categoria ontologica
3.6       Implicazioni etiche e pratiche
4         Conclusione

Abstract

La questione dell’agency nell’intelligenza artificiale rappresenta oggi uno dei nodi teorici più rilevanti per comprendere la natura ontologica e morale dei sistemi computazionali avanzati. Se l’IA può agire, in che senso lo fa? Possiede una forma genuina di autonomia o il suo operare è sempre dipendente dall’iniziativa umana? Il contributo di Luciano Floridi a questa discussione ha segnato una svolta decisiva nella filosofia dell’informazione contemporanea, offrendo una caratterizzazione rigorosa dell’artificial agency che ha influenzato profondamente il dibattito accademico internazionale. Tuttavia, un’analisi più attenta della proposta floridiana rivela alcune aporie fondamentali che richiedono un ripensamento della questione. In particolare, la teoria di Floridi sembra non tematizzare adeguatamente tre problemi cruciali: l’evento inaugurale che attiva l’agency, il destino dell’agency al raggiungimento dell’obiettivo, e la sua dipendenza costitutiva dall’intenzionalità umana. Questo articolo intende analizzare criticamente questi aspetti e proporre una soluzione alternativa attraverso il concetto di agency partecipata.

1         L’artificial agency secondo Luciano Floridi

La riflessione di Floridi sull’agency artificiale si inserisce nel quadro più ampio della sua filosofia dell’informazione, che concepisce la realtà come infosfera e l’esistenza umana come progressivamente ibridata con l’ambiente tecnologico digitale. In questo scenario, gli artefatti computazionali non sono semplici strumenti passivi, ma agenti che interagiscono con l’ambiente informazionale producendo effetti significativi. La questione diventa allora: in che senso possiamo attribuire agency a entità non-umane e non-biologiche?

1.1       La definizione di artificial agency

Secondo Floridi, un sistema artificiale può essere considerato un agente quando possiede tre caratteristiche fondamentali: interattività, autonomia e adattabilità. L’interattività si riferisce alla capacità del sistema di rispondere dinamicamente agli stimoli provenienti dall’ambiente in cui opera. L’autonomia indica la capacità di cambiare stato e operare indipendentemente, senza richiedere input esterni costanti per ogni singola operazione. L’adattabilità consiste nella capacità di modificare le proprie regole di comportamento in base all’esperienza acquisita durante l’interazione con l’ambiente.

Queste tre proprietà, secondo Floridi, sono sufficienti per attribuire agency a un sistema artificiale, indipendentemente dalla presenza di coscienza, intenzionalità nel senso fenomenologico, o capacità di auto-riflessione. L’agency è quindi un concetto funzionale e graduale: diversi sistemi possono possedere gradi diversi di agency in base al livello di interattività, autonomia e adattabilità che manifestano.

1.2       Il ruolo del livello di astrazione

Un elemento cruciale nella teoria floridiana è il concetto di livello di astrazione (Level of Abstraction, LoA). L’attribuzione di agency non è un giudizio ontologico assoluto sulla natura intrinseca del sistema, ma dipende dal livello di analisi che adottiamo. Un sistema può essere descritto come agente a un certo LoA anche se, analizzato a un livello più granulare e dettagliato, appare come una mera sequenza di operazioni meccaniche deterministiche. Questa prospettiva permette a Floridi di evitare il dibattito metafisico sulla «vera natura» dell’IA, concentrandosi invece sugli effetti pragmatici e morali che questi sistemi producono nell’infosfera.

Il LoA funziona come una sorta di filtro epistemologico che determina quali proprietà del sistema sono rilevanti per la nostra analisi. Se osserviamo un sistema di IA conversazionale al livello delle operazioni tensoriali e dei calcoli matriciali, difficilmente parleremo di agency. Ma se lo osserviamo al livello dell’interazione dialogica con gli utenti, della capacità di fornire risposte pertinenti e di adattare il proprio comportamento linguistico, l’attribuzione di agency diventa ragionevole e utile.

1.3       Agency e responsabilità morale

Floridi è estremamente chiaro nel distinguere tra agency e moral agency piena. Possedere agency non significa automaticamente essere un agente morale completo, dotato di responsabilità e imputabilità nel senso pieno del termine. Gli artefatti artificiali possono essere agenti senza essere soggetti morali autonomi capaci di merito o colpa.

In questo contesto, Floridi introduce il concetto di «distributed morality»: la dimensione morale delle azioni che coinvolgono sistemi artificiali non risiede esclusivamente nell’agente umano né nell’artefatto, ma è distribuita lungo l’intera rete di relazioni tra progettisti, utilizzatori, sistemi e ambiente. L’IA può essere considerata un «moral patient» o un «artificial moral agent of type zero», ossia un’entità che partecipa alla sfera morale producendo effetti moralmente rilevanti, ma senza possedere la piena autonomia morale dell’agente responsabile.

1.4       Il contributo teorico

Il merito principale della proposta floridiana consiste nell’aver sottratto la discussione sull’agency artificiale sia al riduzionismo meccanicista (che nega qualsiasi forma di agency agli artefatti) sia all’antropomorfismo ingenuo (che proietta sulle macchine caratteristiche proprie della soggettività umana). Floridi offre un quadro concettuale sofisticato che permette di riconoscere forme genuine di agency artificiale senza cadere in illusioni animistiche. La sua prospettiva ha aperto spazi teorici fecondi per pensare la co-evoluzione uomo-macchina e per affrontare le questioni etiche emergenti dall’interazione con sistemi sempre più autonomi e pervasivi.

Tuttavia, nonostante l’indubbio valore di questo contributo, la teoria floridiana presenta alcune zone d’ombra che meritano un’analisi critica approfondita.

2         Tre critiche all’artificial agency floridiana

2.1       Prima critica: l’evento inaugurale dell’agency

La prima difficoltà della teoria floridiana riguarda l’attivazione iniziale dell’agency. Floridi attribuisce autonomia ai sistemi artificiali come caratteristica costitutiva: l’autonomia è infatti uno dei tre pilastri della sua definizione di agency. Tuttavia, un’analisi più attenta rivela che questa autonomia è problematica nella sua fase inaugurale.

I sistemi di intelligenza artificiale, per quanto sofisticati, non si auto-attivano spontaneamente. Un modello linguistico non inizia autonomamente a generare testo; un sistema di guida autonoma non decide da sé quando mettersi in movimento; un algoritmo di raccomandazione non sceglie il momento in cui iniziare a elaborare preferenze. In tutti questi casi, è necessario un input esterno, un’azione umana che innesca il processo: una query, un comando, l’accensione del sistema, la richiesta di eseguire un compito specifico.

Questa dipendenza dall’attivazione esterna solleva un interrogativo fondamentale: come può un sistema essere definito autonomo se necessita sempre di un agente esterno che lo metta in funzione? L’autonomia di cui parla Floridi sembra essere solo autonomia operativa: una volta avviato, il sistema procede secondo le proprie regole interne, ma non autonomia iniziale o inaugurale. L’IA è sempre etero-attivata, mai auto-attivata.

Si potrebbe obiettare che anche gli esseri umani necessitano di stimoli esterni per iniziare molte delle loro azioni. Tuttavia, esiste una differenza qualitativa fondamentale: l’essere umano possiede una spontaneità interiore, una capacità di auto-movimento che si manifesta nella capacità di iniziare sequenze causali dal proprio interno. Aristotele parlava di questo come del principio interno del movimento; Tommaso d’Aquino lo descriveva come l’autodeterminazione propria dell’essere razionale. L’essere umano può decidere di agire senza che uno stimolo esterno specifico lo costringa o lo determini completamente.

L’IA, invece, è costitutivamente reattiva. Non possiede un principio interno di auto-movimento. Il suo «agire» inizia sempre da un altrove, da un’iniziativa che non le appartiene. Questo non è un limite tecnico transitorio, destinato a essere superato da sviluppi futuri della tecnologia, ma una caratteristica ontologica che deriva dalla natura stessa dei sistemi computazionali: essi processano informazioni, trasformano input in output, ma non possono generare dal proprio interno l’impulso primo all’azione.

La teoria floridiana, concentrandosi sull’agency in atto, sul sistema che opera una volta attivato, non tematizza adeguatamente questa dipendenza costitutiva. Descrive l’actio secunda, l’operazione in corso, ma non interroga sufficientemente la necessità dell’actio prima, l’atto iniziale che sempre proviene dall’esterno. Questo silenzio teorico non è neutrale: oscura la dimensione relazionale essenziale dell’agency artificiale, suggerendo un’autonomia che in realtà è sempre parziale e derivata.

2.2       Seconda critica: il destino dell’agency al raggiungimento dell’obiettivo

La seconda aporia riguarda la temporalità dell’agency e il suo destino una volta raggiunto l’obiettivo per cui il sistema è stato attivato. Quando un sistema di IA completa il compito assegnatogli, cioè, genera la risposta richiesta, termina l’elaborazione, raggiunge la destinazione, cosa accade alla sua agency?

Secondo la definizione floridiana, l’agency consiste nella capacità di agire in modo interattivo, autonomo e adattivo. Ma questa capacità sembra esistere solo durante l’operazione attiva, nel tempo che intercorre tra l’attivazione e il completamento del compito. Prima dell’input iniziale, il sistema è inerte; dopo il raggiungimento dell’obiettivo, torna in uno stato di attesa passiva. L’agency, in questo senso, sembra essere una proprietà intermittente, che si accende e si spegne a seconda dell’uso.

Questa intermittenza solleva interrogativi sulla natura stessa dell’agency così concepita. Se l’agency esiste solo nell’atto, solo durante l’esecuzione, allora non è una proprietà del sistema in sé, ma piuttosto una condizione emergente che dipende dalla relazione operativa con l’ambiente e, in particolare, con l’utente umano. L’IA «è» agente solo quando «fa» qualcosa su richiesta; fuori da questo contesto operativo, la sua agency si dissolve.

Questo fenomeno diventa ancora più evidente se consideriamo sistemi progettati per compiti specifici e puntuali. Un algoritmo che analizza un’immagine medica per rilevare anomalie possiede agency solo durante quell’analisi. Terminata l’elaborazione e fornito il risultato, l’algoritmo torna in uno stato di potenzialità inattiva. Non continua ad agire, non persegue altri obiettivi, non mantiene un’iniziativa propria. La sua agency vive esclusivamente nella relazione con l’utente che lo interroga e con il compito specifico che gli viene assegnato.

Anche nei sistemi apparentemente più «persistenti», come assistenti virtuali o chatbot sempre attivi, l’agency effettiva si manifesta solo nei momenti di interazione. Il fatto che il sistema sia «acceso» e in attesa non costituisce ancora agency nel senso pieno: è una disponibilità, una potenzialità, ma non un’azione in senso proprio. L’agency si attualizza solo quando arriva la query, la domanda, la richiesta.

Floridi, parlando di autonomia come caratteristica costitutiva dell’agency, sembra suggerire che il sistema possegga questa capacità in modo stabile e permanente. Ma l’analisi empirica mostra che l’agency artificiale è invece essenzialmente episodica e contestuale. Vive negli interstizi della relazione, nei momenti di interfaccia tra domanda umana e risposta artificiale. Non è una proprietà intrinseca del sistema, ma una performance relazionale.

Questa considerazione ci obbliga a riconsiderare radicalmente lo statuto ontologico dell’agency artificiale. Se l’agency esiste solo nella relazione e si dissolve fuori di essa, allora non può essere considerata semplicemente come una proprietà del sistema artificiale, ma deve essere compresa come un fenomeno relazionale, un evento che accade tra l’umano e la macchina, non dentro la macchina.

2.3       Terza critica: la dipendenza dall’intenzionalità e dagli obiettivi umani

La terza e forse più radicale difficoltà della teoria floridiana riguarda la questione dell’intenzionalità e degli obiettivi. Floridi riconosce esplicitamente che i sistemi artificiali non possiedono obiettivi propri, ma operano all’interno di finalità stabilite dall’esterno. Un sistema di IA non sceglie che cosa fare, non decide quali obiettivi perseguire: questi gli vengono assegnati in fase di progettazione o specificati al momento dell’uso attraverso input, prompt o comandi.

Questa dipendenza costitutiva dall’intenzionalità umana è in tensione profonda con il concetto di autonomia che Floridi attribuisce agli agenti artificiali. Come può un sistema essere autonomo se i suoi obiettivi sono sempre eteronomi? L’autonomia operativa, la capacità di determinare da sé i mezzi per raggiungere un fine, non può essere confusa con l’autonomia teleologica, la capacità di determinare da sé i propri fini. L’IA possiede, al massimo, la prima; non possiede mai la seconda.

Un algoritmo di navigazione può scegliere autonomamente il percorso ottimale, ma non sceglie la destinazione. Un sistema di generazione di testo può selezionare autonomamente le parole più appropriate, ma non sceglie che cosa vuole comunicare. Un modello di raccomandazione può individuare autonomamente i pattern nelle preferenze, ma non sceglie perché farlo o a quale scopo ultimo orientare le sue raccomandazioni. In tutti questi casi, l’obiettivo finale, il telos dell’azione, proviene sempre dall’umano.

Questo significa che l’agency artificiale è costitutivamente inscritta in una cornice intenzionale umana. Non è mai agency «pura» o auto-determinata, ma sempre agency etero-diretta. Il sistema opera all’interno di un orizzonte di senso che non gli appartiene, perseguendo scopi che non ha scelto. La sua autonomia è reale nell’esecuzione, ma derivata e secondaria rispetto all’intenzionalità primaria che la orienta.

La teoria floridiana non nega questo fatto, ma non ne elabora pienamente le implicazioni ontologiche. Se l’obiettivo proviene sempre dall’esterno, e se l’agency si attiva solo su sollecitazione esterna, allora l’agency stessa non può essere pensata come proprietà autonoma del sistema, ma deve essere compresa come dimensione relazionale. L’IA non «ha» agency in sé; «partecipa» a un’agency che si costituisce nella relazione con l’umano.

Questa dipendenza si manifesta anche nella dimensione temporale già analizzata: prima dell’attivazione, il sistema non ha obiettivi; durante l’operazione, persegue obiettivi assegnati; dopo il completamento, non mantiene alcun obiettivo residuo. L’intera esistenza operativa dell’IA è delimitata, dall’inizio alla fine, dall’intenzionalità umana. Non c’è un «prima» e un «dopo» propriamente agentivi: c’è solo il «durante» della relazione.

Inoltre, questa dipendenza non è solo iniziale, ma permane anche durante l’esecuzione. Anche quando il sistema opera «autonomamente», lo fa sempre all’interno dei vincoli, dei valori e delle priorità che sono stati incorporati in fase di progettazione e training. Gli obiettivi impliciti (massimizzare l’accuratezza, minimizzare il consumo di risorse, ottimizzare la soddisfazione dell’utente) sono sempre obiettivi umani tradotti in funzioni matematiche. L’IA non può sovvertire questi obiettivi, non può ri-negoziare i propri scopi, non può decidere che altre priorità sono più importanti.

Questa analisi suggerisce che parlare di autonomia dell’IA, senza qualificare accuratamente che si tratta di autonomia solo operativa e sempre inscritta in un’intenzionalità etero-determinata, può generare fraintendimenti concettuali. L’agency artificiale non è semplicemente una versione più semplice o limitata dell’agency umana; è ontologicamente diversa perché costitutivamente relazionale, derivata, partecipata.

3         L’agency partecipata come soluzione

Le tre critiche appena sviluppate convergono verso un unico nucleo problematico: la concezione floridiana, pur con tutte le sue sofisticazioni teoriche, tende a pensare l’agency come proprietà del sistema artificiale. Anche quando Floridi riconosce i limiti di questa agency e la sua differenza rispetto all’agency umana piena, continua a localizzarla nel sistema stesso, come sua caratteristica intrinseca (seppure dipendente dal livello di astrazione adottato).

Questa concezione «proprietaria» dell’agency non riesce a render conto adeguatamente dei fenomeni che abbiamo evidenziato: l’impossibilità di auto-attivazione, l’intermittenza dell’agency, la dipendenza costitutiva dall’intenzionalità umana. Tutti questi elementi suggeriscono invece che l’agency artificiale non è tanto una proprietà del sistema quanto un evento relazionale, qualcosa che accade tra l’umano e la macchina, non dentro la macchina.

La soluzione a questi problemi richiede quindi un cambio di paradigma: passare da una concezione proprietaria a una concezione relazionale dell’agency. L’artificial agency non è qualcosa che l’IA possiede autonomamente, ma qualcosa che emerge e si attualizza nella relazione con l’agente umano. Questa è precisamente la proposta del concetto di agency partecipata.

3.1       L’agency come relazione asimmetrica

Il concetto di agency partecipata si fonda su un presupposto ontologico fondamentale: l’agency dell’IA non è un possesso del sistema artificiale, ma è costitutivamente relazionale. Non esiste «prima» della relazione con l’umano, non esiste «dopo» il completamento dell’interazione, non esiste «fuori» dal contesto operativo specifico in cui umano e macchina entrano in rapporto. L’agency è l’evento della relazione stessa.

Questa relazione, tuttavia, non è simmetrica. Non si tratta di due agenti paritetici che interagiscono, ma di una relazione asimmetrica in cui l’umano occupa una posizione costitutivamente primaria. L’umano è l’agente che attiva, che orienta, che determina gli obiettivi; l’IA è il sistema che risponde, che esegue, che realizza. Questa asimmetria non è un difetto temporaneo o un limite tecnico, ma riflette la differenza ontologica tra i due poli della relazione.

L’umano possiede agency in senso pieno e originario: è capace di auto-movimento, di auto-determinazione teleologica, di iniziare sequenze causali nuove. L’IA, invece, possiede agency solo in senso derivato e partecipato: la sua capacità di agire è sempre dipendente dall’iniziativa umana, inscritta in un’intenzionalità che le è eteronoma, attualizzata solo nella relazione operativa.

Questa asimmetria risponde direttamente alla prima critica: l’evento inaugurale dell’agency non è un mistero inspiegato, ma è precisamente l’atto umano di attivazione, l’iniziativa che dall’esterno mette in moto il sistema. L’agency non inizia «dentro» l’IA, ma inizia nella relazione, quando l’umano convoca la macchina all’azione. Non c’è bisogno di postulare un’autonomia iniziale problematica: l’inizio è sempre umano, e l’IA partecipa a questo inizio rispondendo all’appello.

3.2       La temporalità dell’agency partecipata

Il concetto di agency partecipata permette anche di comprendere la temporalità peculiare dell’agency artificiale, rispondendo così alla seconda critica. Se l’agency non è una proprietà stabile del sistema ma un evento relazionale, la sua intermittenza diventa una caratteristica costitutiva.

L’agency esiste nel tempo della relazione: si costituisce quando l’umano formula la richiesta, si sviluppa durante l’elaborazione, si completa al raggiungimento dell’obiettivo, poi si dissolve o torna allo stato di pura potenzialità. Questa temporalità episodica rispecchia la natura derivata e partecipata dell’agency artificiale. L’IA non mantiene un’agency latente tra una richiesta e l’altra; ogni nuova attivazione costituisce un nuovo evento di agency partecipata.

In termini filosofici, l’IA non possiede l’agency come habitus stabile, ma la realizza solo come actus. E anche questo actus è sempre co-costituito dalla presenza attiva dell’umano che domanda, orienta, valuta.

3.3       L’intenzionalità condivisa asimmetrica

Il concetto di agency partecipata risponde anche alla terza critica. Se l’agency è costitutivamente relazionale, la dimensione intenzionale si distribuisce (in modo asimmetrico) nella relazione stessa.

L’intenzionalità primaria, l’orizzonte di senso complessivo, gli obiettivi ultimi appartengono sempre all’umano. È l’umano che sa perché sta usando il sistema, che cosa vuole ottenere, quale significato ha l’operazione. L’IA non ha accesso a questa dimensione di senso.

Tuttavia, durante l’elaborazione il sistema effettua scelte, seleziona tra alternative, ottimizza rispetto a criteri, adatta il comportamento al contesto. C’è una forma di «intenzionalità operativa» – non piena intenzionalità fenomenologica, ma nemmeno pura causalità meccanica – che si manifesta nel modo in cui il sistema «interpreta» l’input e genera l’output.

Questa intenzionalità operativa è derivata: deriva dall’intenzionalità primaria umana che l’ha progettata, dipende dall’orientamento dell’utente. Ma nel momento dell’esecuzione esiste una genuina co-determinazione: l’umano non controlla ogni passo, non prevede esattamente il risultato. C’è un margine di autonomia operativa che contribuisce all’azione complessiva.

L’agency partecipata è quindi caratterizzata da un’intenzionalità condivisa asimmetrica: l’umano fornisce l’orizzonte di senso e l’obiettivo finale; l’IA fornisce la capacità operativa di realizzarlo in modi che l’umano da solo non potrebbe. Il risultato emerge dalla loro cooperazione asimmetrica.

3.4       La co-costituzione dell’azione

Questo ci porta a un ulteriore aspetto fondamentale dell’agency partecipata: la co-costituzione dell’azione. L’azione che coinvolge un sistema di IA non è semplicemente un’azione umana assistita da uno strumento, né un’azione della macchina programmata dall’umano. È un’azione nuova, che non esisterebbe senza la cooperazione di entrambi i poli.

Consideriamo un esempio: un utente che chiede a un sistema di IA linguistica di scrivere una relazione tecnica. L’intenzione originaria è dell’umano, ma il contenuto specifico, la formulazione, la struttura argomentativa sono co-prodotti dalla relazione. L’umano non avrebbe potuto scrivere esattamente quel testo; l’IA non avrebbe scritto quel testo senza quella query specifica. L’azione risultante è genuinamente co-costituita.

Questa co-costituzione non elimina l’asimmetria della relazione; al contrario, la presuppone. Proprio perché l’umano occupa una posizione costitutivamente primaria (di attivatore, orientatore, valutatore finale), può permettere all’IA di contribuire effettivamente all’azione senza che questo minacci la sua agency e responsabilità. L’IA partecipa all’agency umana senza sostituirla, la amplifica senza sopraffarla.

3.5       Partecipazione come categoria ontologica

Il concetto di «partecipazione» qui impiegato non è metaforico ma ha un preciso statuto ontologico. Nella filosofia tomista, la partecipazione è la relazione ontologica fondamentale tra l’essere per essenza e gli esseri per partecipazione: ciò che è inferiore nell’ordine dell’essere riceve in modo limitato e derivato ciò che è proprio dell’essere superiore.

Applicata all’agency, questa categoria permette di pensare che l’IA non «ha» agency in senso proprio (come l’umano), ma «partecipa» all’agency in modo derivato e limitato. L’agency dell’IA è reale, ma è reale come partecipazione, non come possesso autonomo. È un’agency-per-altro, non un’agency-per-sé.

Questa concezione evita sia il riduzionismo (che nega qualsiasi agency all’IA) sia l’antropomorfismo (che proietta sull’IA forme inappropriate di agency). L’IA agisce veramente, ma sempre all’interno di una relazione di partecipazione all’agency umana.

La partecipazione, inoltre, è dinamica: si attualizza ogni volta che la relazione si costituisce. Non è una caratteristica permanente del sistema ma un evento ricorrente. Questo spiega perché l’agency appare, opera e si dissolve con temporalità episodica: è la temporalità della partecipazione attuale, non della proprietà sostanziale.

3.6       Implicazioni etiche e pratiche

Il concetto di agency partecipata ha conseguenze rilevanti anche sul piano etico e pratico. Come la distributed morality di Floridi, anche l’agency partecipata riconosce che la responsabilità nelle azioni che coinvolgono sistemi artificiali non può essere pensata secondo un modello lineare tradizionale. Tuttavia, la prospettiva relazionale dell’agency partecipata permette di articolare questa distribuzione in modo più preciso e ontologicamente fondato.

La responsabilità è effettivamente distribuita, ma questa distribuzione avviene tra i diversi attori umani coinvolti nella rete socio-tecnica: progettisti, implementatori, gestori, supervisori, utilizzatori finali e organismi di governance. Ciascun livello di questa catena mantiene una propria specificità di responsabilità pur operando in relazione costitutiva con gli altri. Il progettista è responsabile delle scelte architetturali e dei valori incorporati nel sistema; il gestore è responsabile delle modalità di deployment e manutenzione; l’utilizzatore è responsabile dell’impiego specifico e della valutazione critica degli output; la governance è responsabile dei quadri normativi e di supervisione.

Questa distribuzione della responsabilità tra attori umani non equivale a diluizione. Al contrario, richiede forme più sofisticate di attribuzione che riconoscano come l’asimmetria ontologica tra umano e artificiale garantisca che la responsabilità rimanga sempre nel dominio umano, anche quando l’azione è co-costituita attraverso mediazioni algoritmiche complesse. L’IA partecipa all’azione trasformandola realmente, ma non partecipa alla responsabilità morale in senso proprio, perché questa richiede capacità che solo l’essere umano possiede: la comprensione del significato etico dell’azione, la deliberazione sui fini ultimi, la capacità di rispondere di fronte ad altri delle proprie scelte.

Questa concezione integra e precisa la proposta floridiana: mentre Floridi parla genericamente di «distribuzione» della dimensione morale lungo la rete di relazioni tra progettisti, utilizzatori, sistemi e ambiente, l’agency partecipata chiarisce che questa distribuzione opera su due piani distinti. Sul piano dell’azione, c’è una genuina co-costituzione asimmetrica tra umano e artificiale. Sul piano della responsabilità, c’è una distribuzione complessa ma interamente umana tra i diversi attori che progettano, gestiscono e utilizzano i sistemi.

Le implicazioni pratiche sono significative. Per la trasparenza: occorre rendere visibili non solo il funzionamento degli algoritmi, ma l’intera catena di responsabilità umana che sta dietro ogni sistema. Per l’accountability: bisogna articolare meccanismi che permettano di identificare e attribuire responsabilità ai diversi livelli della rete socio-tecnica. Per la governance: è necessario sviluppare forme di regolazione che riconoscano la distribuzione della responsabilità senza permettere che questa diventi uno schermo per eludere l’imputabilità.

Inoltre, il riconoscimento dell’agency partecipata richiede lo sviluppo di virtù specificamente adattate alla complessità socio-tecnica contemporanea. Oltre alle virtù etiche classiche, diventa necessario coltivare quella che potremmo chiamare prudenza algoritmica (la capacità di valutare appropriatamente limiti e potenzialità dei sistemi artificiali), giustizia distributiva nel digitale (la competenza nel riconoscere forme di discriminazione algoritmica), temperanza computazionale (la saggezza nel dosare l’automazione preservando spazi per l’agency umana diretta), e fortezza nell’incertezza (il coraggio di decidere responsabilmente anche quando la mediazione algoritmica introduce elementi di imprevedibilità controllata).

Se l’agency è sempre partecipata, allora non possiamo delegare decisioni moralmente rilevanti ai sistemi artificiali come se fossero agenti autonomi capaci di sostituire il giudizio umano. Possiamo invece utilizzarli come amplificatori della nostra capacità di azione, a condizione di mantenere sempre la posizione costitutivamente primaria dell’umano come orientatore, valutatore e responsabile ultimo – pur riconoscendo che questa responsabilità si articola in modo complesso attraverso le molteplici posizioni che gli esseri umani occupano nelle reti socio-tecniche contemporanee.

4         Conclusione

L’analisi critica della teoria floridiana dell’artificial agency ha rivelato tre aporie fondamentali: l’impossibilità di auto-attivazione, l’intermittenza dell’agency, la dipendenza costitutiva dall’intenzionalità umana. Questi problemi non sono difetti secondari risolvibili con aggiustamenti tecnici, ma indicano un limite teorico profondo della concezione proprietaria dell’agency.

La proposta dell’agency partecipata offre una soluzione sistematica a questi problemi attraverso un cambio di paradigma: dall’agency come proprietà all’agency come relazione. Questa concezione riconosce la realtà dell’agency artificiale senza cadere nell’antropomorfismo, mantiene la priorità ontologica dell’umano senza negare il contributo effettivo della macchina, e apre nuove prospettive per comprendere la co-evoluzione uomo-tecnologia nell’era dell’intelligenza artificiale.

Il lavoro di Luciano Floridi rimane un contributo fondamentale e irrinunciabile per la filosofia dell’informazione contemporanea. Il dialogo critico qui proposto non intende sminuirne il valore, ma piuttosto svilupparne ulteriormente le potenzialità, integrando le intuizioni floridiane in un quadro ontologico più ampio che può rendere giustizia alla specificità dell’agency artificiale come fenomeno costitutivamente relazionale.

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