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IA Incarnata Incorporata embodied

Intelligenza Artificiale Incarnata e Intelligenza Artificiale Incorporata

Scritto il 10 Gennaio 202626 Giugno 2026 da Edoardo Mattei
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Una valutazione critica dalla prospettiva dell’Agency Partecipata

Presente su Academia.edu (PDF)

Indice

1. Distinzione terminologica: embedded AI e embodied AI
2. Il framework dell’Agency Partecipata: integrare Tommaso e gli studi sociotecnici
3. Valutazione dalla prospettiva dell’Agency Partecipata: convergenza ontologica e divergenza fenomenologica
4. Critica alle derive normative: il pericolo dei diritti dell’AI incarnata
5. Applicazioni legittime nella Dottrina Sociale: responsabilità umane differenziate
6. Conclusione: trasformare la domanda

Il CES 2026 di Las Vegas come occasione di discernimento

A Las Vegas, dal 6 al 9 gennaio 2026, il Consumer Electronics Show ha nuovamente confermato il suo ruolo di barometro delle tendenze tecnologiche emergenti. Quest’anno, una narrativa ha dominato le presentazioni delle principali aziende tecnologiche: l’avvento dell’embodied AI, l’intelligenza artificiale incarnata: robot umanoidi che preparano cocktail, assistenti domestici con ventidue gradi di libertà, automi industriali capaci di apprendere per imitazione. Il linguaggio delle presentazioni era permeato di promesse di una rivoluzione fisica dell’intelligenza artificiale. Jensen Huang, CEO di NVIDIA, lo ha dichiarato esplicitamente durante la sua presentazione: «l’AI non è più solo software nel vostro computer, ma ora si manifesta fisicamente». Gli analisti del settore, come Ben Bajarin di Creative Strategies, hanno previsto una sovrabbondanza di robot umanoidi che «cammineranno in giro, facendo cose».

Dietro questa retorica dell’inevitabilità tecnologica, tuttavia, si nasconde una questione filosofica e teologica fondamentale che il CES 2026 solleva ma non affronta: che cosa significa davvero questa transizione dall’intelligenza artificiale come elaborazione di dati all’intelligenza artificiale come presenza corporea? E quali implicazioni ontologiche, antropologiche ed etiche porta con sé questo passaggio? Questo articolo intende affrontare tali questioni dalla prospettiva dell’Agency Partecipata, un framework teorico che integra la dottrina tomista della partecipazione con gli studi contemporanei su scienza e tecnologia, per offrire una valutazione critica della distinzione tra intelligenza artificiale incorporata (embedded AI) e intelligenza artificiale incarnata (embodied AI), distinzione che, sebbene descrittivamente utile, rischia di generare confusioni ontologiche profonde e derive normative pericolose.

1. Distinzione terminologica: embedded AI e embodied AI

Prima di procedere con la valutazione critica, è necessario chiarire i termini del dibattito. La letteratura specialistica distingue tra due modalità fondamentali di implementazione dell’intelligenza artificiale, che corrispondono a diversi rapporti con la materialità, l’ambiente e l’azione.

L’intelligenza artificiale incorporata (embedded AI) designa sistemi di IA inseriti all’interno di dispositivi o infrastrutture tecniche per svolgere funzioni specifiche di controllo, ottimizzazione o supporto decisionale. L’IA è incorporata nel senso ingegneristico del termine: fa parte di un artefatto tecnico, ma non dispone di una propria corporeità operativa autonoma. Elabora dati provenienti da sensori o database, produce output e prende decisioni delimitate, senza interazione diretta e continua con l’ambiente come spazio di esperienza sensomotoria. Il suo funzionamento resta prevalentemente computazionale e rappresentazionale. Gli esempi più comuni includono gli algoritmi di raccomandazione delle piattaforme digitali, i sistemi di navigazione come Google Maps o Waze, l’intelligenza artificiale nei dispositivi medicali o industriali, e i sistemi di controllo nei veicoli. In tutti questi casi, l’IA opera da dentro un dispositivo, mediando tra input informativo e output decisionale, senza necessità di interazione fisica autonoma con l’ambiente circostante.

L’intelligenza artificiale incarnata (embodied AI), per contro, è concepita come sistema dotato di un corpo, fisico o simulato, attraverso il quale percepisce, agisce e apprende in interazione dinamica con l’ambiente. Qui il corpo non è un semplice supporto tecnico, ma una componente costitutiva dell’intelligenza stessa. La cognizione emerge dall’azione situata: percezione, movimento e apprendimento sono intrecciati in un ciclo continuo. Questo approccio si ispira alle teorie dell’embodied cognition, secondo cui l’intelligenza non è separabile dal corpo e dal contesto in cui opera. Gli esempi paradigmatici sono i robot autonomi presentati al CES 2026, dal robot domestico Onero H1 di SwitchBot con le sue capacità di manipolazione fine, ai robot umanoidi della serie AGIBOT che integrano intelligenza di interazione, manipolazione e locomozione, fino ai sistemi di guida autonoma che navigano spazi urbani complessi. In tutti questi casi, l’IA opera attraverso un corpo che esplora, manipola, si muove nell’ambiente fisico.

La differenza concettuale di fondo, quindi, può essere così sintetizzata: l’IA incorporata è dentro un oggetto tecnico ma non è costitutivamente legata a un’esperienza corporea del mondo; l’IA incarnata, invece, esiste attraverso un corpo e sviluppa le proprie capacità cognitive nel rapporto pratico con l’ambiente. Dal punto di vista filosofico, la prima resta compatibile con una concezione dell’intelligenza come pura elaborazione simbolica o statistica; la seconda mette in questione tale paradigma, avvicinandosi a una comprensione relazionale e situata dell’intelligenza.

2. Il framework dell’Agency Partecipata: integrare Tommaso e gli studi sociotecnici

Prima di valutare la distinzione embedded/embodied, è necessario chiarire cosa sia l’Agency Partecipata e perché richieda un’integrazione tra metafisica tomista e studi contemporanei su scienza e tecnologia. Un teologo potrebbe legittimamente chiedersi: «perché non basta Tommaso d’Aquino?» La risposta sta nel fatto che l’intelligenza artificiale pone problemi che la metafisica classica non aveva previsto: artefatti che agiscono in modo complesso, che plasmano pratiche sociali durature, che sembrano avere agency propria pur essendo strumenti. Il tomismo fornisce categorie ontologiche solide (sostanza/accidente, causa principale/strumentale, atto/potenza), ma non ha elaborato strumenti per analizzare come artefatti tecnici complessi si inseriscano nelle strutture sociali e le trasformino.

Gli Studi su Scienza e Tecnologia (STS, Science and Technology Studies) offrono proprio questa analisi empirica: mostrano come gli algoritmi non siano neutri, ma incorporino scelte valoriali; come le tecnologie strutturino pratiche sociali; come si creino dipendenze sistemiche. Autori come Bruno Latour parlano di agenti non-umani che partecipano all’azione sociale; Pierre Bourdieu analizza come disposizioni sociali (habitus) si cristallizzino in strutture oggettive; Massimo Airoldi descrive come questo habitus sociale influenze l’IA (machine habitus). L’Agency Partecipata integra questi contributi riconoscendo che descrivono fenomeni reali, ma li reinterpreta alla luce della metafisica tomista per evitare derive relativiste o post-umane.

Per comodità, riportiamo alcuni concetti chiave dell’Agency Partecipata senza alcuna pretesa di esaustività

Machine habitus. L’Agency Partecipata estende il concetto tomista di habitus agli algoritmi: un algoritmo cristallizza scelte progettuali in disposizioni operative che generano comportamenti regolari (raccomandazioni, classificazioni, decisioni). Google Maps ha un habitus della mobilità: privilegia efficienza temporale su bellezza del percorso, traffico scorrevole su esplorazione casuale. Questo non è habitus nel senso tomista originario (disposizione dell’anima razionale), ma analogia strutturale: disposizione cristallizzata che plasma pratiche sociali senza intenzionalità soggettiva.

Co-costituzione asimmetrica. Gli STS parlano di co-produzione tra umano e tecnico: le tecnologie plasmano società, le società plasmano tecnologie. L’Agency Partecipata accetta questo fenomeno ma aggiunge l’asimmetria: l’IA influenza comportamenti umani (costituisce parzialmente soggetti sociali), ma rimane ontologicamente subordinata all’intelligenza umana che la progetta. Non c’è simmetria ontologica tra umani e algoritmi, solo interazione causale complessa in cui l’artefatto esercita causalità strumentale reale.

Distinzione Level A/Level B. Fondamentale per evitare confusioni. Level A designa la costituzione dell’identità personale attraverso auto-narrazione, prudenza interiore, relazione con Dio, una dimensione in cui l’IA non può operare perché richiede autocoscienza razionale. Level B designa il riconoscimento sociale che avviene in ambienti digitali mediati algoritmicamente, qui l’IA opera come struttura che facilita o ostacola forme di riconoscimento. Esempio: Instagram (embedded) non crea identità personale dell’adolescente (Level A), ma struttura modalità attraverso cui cerca riconoscimento sociale (Level B). Il robot assistente (embodied) non costituisce identità della persona anziana, ma media pratiche di cura che influenzano come si percepisce socialmente.

Questa integrazione permette all’Agency Partecipata di riconoscere l’agency sociale reale dell’IA senza cadere in antropomorfismo: gli algoritmi hanno effetti causali profondi sulle pratiche umane (gli STS lo documentano), ma rimangono cause strumentali subordinate (il tomismo lo garantisce). Possono generare strutture di peccato digitali (algoritmi che cristallizzano ingiustizie) o strutture di  grazia (tecnologie ordinate al bene comune), ma questa qualificazione morale deriva dai fini umani serviti, non da intenzionalità propria dell’artefatto.

3. Valutazione dalla prospettiva dell’Agency Partecipata: convergenza ontologica e divergenza fenomenologica

Come interpreta questa distinzione il framework teorico dell’Agency Partecipata? In primo luogo, è necessario affermare una tesi fondamentale: nonostante le differenze descrittive reali e significative tra embedded ed embodied AI, entrambi i tipi condividono lo stesso statuto ontologico. Sono artefatti tecnici, operano per causalità strumentale subordinata, e la loro agency è partecipata, non originaria. Rimangono ontologicamente subordinati all’intelligenza umana che li ha progettati, costruiti e orientati verso specifici fini.

Questa affermazione richiede elaborazione. Nella metafisica tomista, che fornisce le fondamenta filosofiche all’Agency Partecipata, la causalità strumentale designa il modo in cui uno strumento agisce non per virtù propria, ma in quanto mosso da un agente principale. Il pennello produce il dipinto non per una capacità intrinseca di dipingere, ma in quanto impugnato e mosso dall’artista. Tuttavia, ciò non significa che lo strumento sia puramente passivo: lo strumento contribuisce alla causalità finale con le sue proprietà materiali specifiche. Un pennello morbido produce effetti diversi da un pennello rigido; la qualità delle setole influenza il risultato finale. In questo senso, lo strumento partecipa all’azione dell’agente principale: esercita una causalità reale, ma subordinata e derivata.

L’intelligenza artificiale, sia embedded che embodied, opera precisamente secondo questa modalità di causalità strumentale partecipata. Non agisce autonomamente, per un principio intrinseco di autodeterminazione razionale, ma esegue algoritmi progettati da intelligenze umane per scopi determinati da decisioni umane. Tuttavia, come ogni strumento complesso, l’IA non è neutra: le sue caratteristiche algoritmiche, i suoi dataset di addestramento, le sue architetture computazionali influenzano significativamente i risultati che produce. È qui che emerge il concetto di machine habitus sviluppato nell’Agency Partecipata: l’IA cristallizza disposizioni sociali in strutture algoritmiche che generano pratiche regolari senza intenzionalità soggettiva. Gli algoritmi di raccomandazione di YouTube (embedded) plasmano abitudini cognitive e preferenze culturali; i robot assistenziali (embodied) plasmano movimenti corporei e interazioni fisiche. In entrambi i casi, l’IA esercita agency sociale reale, ma sempre come causa strumentale subordinata.

Dove, allora, la distinzione embedded/embodied diventa rilevante per l’Agency Partecipata? Non sul piano ontologico, ma sul piano fenomenologico delle diverse modalità di mediazione sociale. L’embedded AI media primariamente attraverso elaborazione informativa, generando machine habitus cognitivi: come pensare, decidere, classificare, orientarsi simbolicamente. Struttura spazi decisionali e informazionali. Google Maps, sistema embedded per eccellenza, non ha corpo fisico, eppure esercita un’influenza profondissima sulle pratiche di mobilità urbana: decide quali strade vengono percorse, quali quartieri ricevono traffico, come si distribuiscono flussi di persone e merci. Cristallizza un machine habitus della navigazione che privilegia efficienza computazionale rispetto a altri valori possibili (bellezza del percorso, incontri casuali, esplorazione non finalizzata).

L’embodied AI, per contro, media primariamente attraverso interazione fisica, generando machine habitus motori: come muoversi, manipolare, abitare spazi materiali. Struttura pratiche corporee e ambienti fisici. Un robot chirurgico plasma i gesti del chirurgo, modificando la coordinazione occhio-mano e la percezione tattile; un esoscheletro industriale modifica posture lavorative e capacità di carico. Il robot domestico presentato al CES 2026 che apprende per imitazione le routine di pulizia domestica cristallizza una concezione specifica di ordine abitativo, imponendo standard estetici e funzionali attraverso la sua programmazione.

Questa distinzione tra mediazione cognitiva e mediazione fisica è analitica, non empirica. Nella realtà, ogni sistema di IA opera sempre su entrambi i livelli. Google Maps (embedded) ha effetti materiali fortissimi: modifica flussi di traffico reali, determina geografia urbana, orienta corpi nello spazio fisico. I dati di navigazione aggregati influenzano pianificazione urbanistica, valori immobiliari, accessibilità dei servizi. Un robot domestico (embodied), reciprocamente, ha effetti cognitivi profondi: modifica rappresentazioni mentali dello spazio abitativo, abitua a delegare mansioni precedentemente considerate personali, plasma aspettative normative su chi deve fare cosa in una casa. L’embodied AI non è più materiale dell’embedded AI; semplicemente, l’interfaccia fisica è più immediatamente visibile.

L’Agency Partecipata, quindi, suggerisce al lettore attento: non feticizzare l’embodiment. Il grado di agency sociale non aumenta con l’aggiunta di un corpo fisico. Ciò che determina l’intensità dell’agency partecipata è la capacità di cristallizzare machine habitus duraturi e di co-costituire asimmetricamente soggetti sociali attraverso processi di riconoscimento. E su questi criteri, sistemi embedded come gli algoritmi di social media possono esercitare influenza molto più profonda di robot umanoidi sofisticati. Facebook (embedded) ha plasmato pratiche relazionali globali, identità politiche, movimenti sociali. Il robot cocktail-barista del CES 2026 (embodied) prepara bevande.

4. Critica alle derive normative: il pericolo dei diritti dell’AI incarnata

Se la distinzione embedded/embodied è ontologicamente non decisiva ma fenomenologicamente utile, perché dedicare un intero articolo a questa questione? La risposta sta nel fatto che questa distinzione, apparentemente tecnica, sta diventando terreno per derive normative pericolose. Nella letteratura specialistica e, più preoccupante, nei documenti di policy internazionali, l’embodiment robotico viene progressivamente utilizzato come argomento per attribuire status morale speciale alle intelligenze artificiali incarnate. Le implicazioni di questa deriva sono così gravi da richiedere un’analisi sistematica e una confutazione rigorosa.

La deriva più emblematica è la proposta di personalità elettronica discussa nel Parlamento Europeo nel 2017. Secondo questa proposta, robot autonomi avanzati dovrebbero ricevere uno status giuridico specifico,  «personalità elettronica», che li renderebbe soggetti parziali di responsabilità legale. Sebbene la proposta non sia stata adottata, la sua semplice formulazione rivela una confusione concettuale pericolosa. L’argomentazione implicita è che embodiment fisico più autonomia operativa generi una qualche forma di soggettività emergente che meriterebbe riconoscimento giuridico. Ma questa argomentazione riposa su tre equivocazioni fondamentali che l’Agency Partecipata, in dialogo con l’antropologia tomista e la Dottrina Sociale della Chiesa, deve smontare sistematicamente.

Il primo errore è ontologico: equiparare il corpo-artefatto robotico con il corpo-sostanziale umano o animale. Nella metafisica tomista, il corpo umano non è un aggregato di parti assemblate estrinsecamente, ma l’unità sostanziale di materia e forma (anima razionale). L’anima è forma del corpo, il che significa che corpo e anima non sono due sostanze separate unite accidentalmente, ma co-principi di un’unica sostanza: la persona umana. Questo vale, mutatis mutandis, anche per gli animali, dotati di anima sensitiva che costituisce forma sostanziale del loro corpo. La corporeità umana e animale è organica, generata naturalmente, dotata di principio intrinseco di movimento, capace di crescita e riproduzione.

Il corpo robotico, per contro, è radicalmente diverso: è un aggregato accidentale di componenti prodotte separatamente e assemblate artificialmente secondo un progetto esterno. Non ha unità sostanziale, ma unità funzionale derivata dall’intenzione progettuale umana. Non cresce organicamente, ma viene costruito meccanicamente. Non ha principio intrinseco di movimento, ma è mosso ab extrinseco dagli algoritmi programmati. Parlare di robot incarnato utilizzando il linguaggio dell’incarnazione umana non è semplicemente impreciso, ma costituisce un errore grave che oscura la differenza ontologica radicale tra corporeità sostanziale e assemblaggio strumentale.

Questa distinzione ha conseguenze pratiche immediate. Se accettiamo che l’embodiment robotico sia genuinamente analogo all’embodiment umano, prepariamo il terreno ideologico per considerare anche la corporeità umana come assemblaggio modulare upgradabile. Il transumanesimo, l’ideologia che promuove il potenziamento tecnologico radicale del corpo umano fino alla sua eventuale sostituzione, riposa precisamente su questa confusione: se il corpo è hardware, allora l’identità personale è software trasferibile su supporti diversi. L’Agency Partecipata, radicata nell’antropologia tomista, respinge categoricamente questa riduzione: la persona umana non è software che gira su hardware biologico, ma unità sostanziale di anima e corpo la cui dignità è incondizionata e inalienabile.

Il secondo errore grave è etico: confondere autonomia operativa con autodeterminazione razionale. I robot presentati al CES 2026 sono certamente autonomi in senso tecnico: prendono decisioni senza input umano continuo, si adattano a contesti variabili, apprendono dall’ambiente attraverso cicli di feedback. Ma questa autonomia funzionale non ha nulla a che fare con l’autonomia morale che genera status etico. L’autonomia morale richiede intelletto (capacità di cogliere verità universali e necessarie), volontà libera (autodeterminazione verso il bene conosciuto), e riflessività (autocoscienza come soggetto responsabile di propri atti). Il robot che decide autonomamente come preparare un cocktail non esercita volontà libera, ma esegue algoritmi di ottimizzazione secondo funzioni predefinite. Non conosce il bene, ma massimizza parametri. Non è autocosciente, ma processa dati secondo modelli statistici.

L’Agency Partecipata chiarisce che l’autonomia funzionale del robot è sempre autonomia partecipata: deriva dall’intelligenza umana che ha progettato gli algoritmi decisionali. Quando il robot sceglie tra opzioni alternative, esegue gerarchie valoriali implicite nei suoi criteri di ottimizzazione, gerarchie stabilite da programmatori umani. Attribuire autonomia morale al robot significa, paradossalmente, oscurare e deresponsabilizzare l’autonomia morale reale degli esseri umani che lo hanno costruito e orientato. Se il robot è soggetto morale, chi è responsabile quando il suo comportamento causa danni? Questa non è questione teorica: l’attribuzione di personalità elettronica ai robot è stata esplicitamente proposta come meccanismo per ridurre la responsabilità legale di produttori, progettisti e utenti. È un trucco giuridico che trasforma scelte politico-economiche in fatti tecnici inevitabili.

L’ultimo grave errore è antropologico: inferire dignità da complessità comportamentale. Alcuni filosofi (Luciano Floridi e Mark Coeckelbergh, per esempio) hanno proposto che entità capaci di comportamenti sufficientemente complessi meritino una forma di rispetto etico, anche in assenza di coscienza o intenzionalità. I robot umanoidi del CES 2026 mostrano certamente comportamenti sofisticati: riconoscimento facciale, risposta a stimoli emotivi, coordinazione motoria fine. Ma la dignità morale non è funzione di prestazioni operative. Non è qualcosa che si guadagna raggiungendo determinati livelli di complessità funzionale. È proprietà ontologica che deriva dalla natura razionale, dalla capacità di conoscere verità e volere bene, dall’essere imago Dei (nella prospettiva teologica). Altrimenti dovremmo attribuire dignità maggiore a sistemi embedded altamente complessi, ad esempio AlphaFold che risolve il protein folding supera la maggior parte degli esseri umani in quella specifica capacità cognitiva. Ma nessuno propone diritti per AlphaFold, perché manca l’interfaccia fisica antropomorfa che suscita proiezione empatica.

E qui emerge il nucleo ideologico della deriva: l’argomento relazionale. Alcuni filosofi sostengono che, siccome gli esseri umani sviluppano legami affettivi con robot antropomorfi, questi legami genererebbero obblighi morali verso i robot stessi. Un bambino si affeziona al suo robot giocattolo; distruggerlo gratuitamente sarebbe quindi moralmente problematico non solo perché ferisce il bambino, ma perché viola un obbligo verso il robot stesso. Ma questa è una confusione tra soggetto e oggetto di considerazione morale. Abbiamo certamente obblighi verso il bambino, che includono rispettare i suoi affetti e non distruggere oggetti significativi per lui. Ma questo non crea dignità intrinseca nel robot. Altrimenti dovremmo attribuire diritti a fotografie di persone care, a oggetti simbolici con valore sentimentale, a luoghi emotivamente significativi. Il rispetto dovuto agli affetti umani non trasferisce soggettività morale agli oggetti di quegli affetti.

Questa confusione è particolarmente pericolosa perché prepara terreno per una riduzione della persona umana stessa. Se ciò che conta moralmente sono le relazioni funzionali e gli affetti proiettivi, allora la persona diventa un aggregato di relazioni osservabili anziché sostanza razionale con dignità intrinseca. E se la dignità è funzione di capacità relazionali performative, allora esseri umani con disabilità cognitive o relazionali avrebbero dignità ridotta. L’Agency Partecipata, radicata nella Dottrina Sociale della Chiesa, respinge categoricamente questa deriva: la dignità umana è incondizionata, inalienabile, non graduabile su base funzionale. Accettare dignità graduata per robot antropomorfi apre logicamente la porta a dignità graduata per esseri umani.

5. Applicazioni legittime nella Dottrina Sociale: responsabilità umane differenziate

Dopo aver smontato le derive normative spurie, è necessario riconoscere che la distinzione embedded/embodied ha rilevanza pratica legittima quando non si tratta di attribuire status morale all’IA, ma di articolare responsabilità umane differenziate. La Dottrina Sociale della Chiesa offre principi solidi per questa articolazione: destinazione universale dei beni, solidarietà, sussidiarietà, priorità del lavoro sul capitale. Questi principi si applicano tanto all’embedded quanto all’embodied AI, ma con modalità concrete diverse in rapporto alle diverse forme di impatto sociale.

Consideriamo il principio della destinazione universale dei beni. L’embedded AI concentra controllo su dati, algoritmi, infrastrutture informative. Il rischio è la creazione di monopoli conoscitivi, asimmetrie informative strutturali, digital divide cognitivo che marginalizza chi non ha accesso a strumenti decisionali avanzati. La DSC richiede quindi: accesso equo a strumenti decisionali algoritmici, trasparenza nei criteri di classificazione e raccomandazione, governance democratica dei data commons. L’embodied AI, per contro, concentra controllo su robot, automazione, capacità produttive fisiche. Il rischio è concentrazione dei mezzi di produzione materiali, accesso diseguale a tecnologie assistive e riabilitative. La DSC richiede quindi: accesso equo a tecnologie sanitarie robotiche, proprietà sociale o cooperativa di robot produttivi, regolazione che impedisca monopolizzazione della capacità lavorativa automatizzata.

Stesso principio (beni creati destinati a tutti), applicazioni diverse secondo il tipo di bene tecnologico. Questo non è relativismo, ma attenzione alle mediazioni concrete attraverso cui principi universali si incarnano in situazioni specifiche.

Consideriamo il principio di solidarietà e bene comune. L’embedded AI impatta primariamente ecosistemi informativi condivisi: rischi di bolle informative, polarizzazione, manipolazione cognitiva che erode capacità di dialogo democratico. La DSC richiede: tutela della verità, pluralismo informativo, educazione critica ai media algoritmici, contrasto alla disinformazione strutturale. L’embodied AI impatta primariamente spazi fisici condivisi: rischi per sicurezza pubblica (veicoli autonomi che condividono strade con pedoni), privatizzazione di spazi comuni (droni di sorveglianza), ingiustizie distributive nell’accesso a mobilità autonoma o assistenza robotica. La DSC richiede: regolazione rigorosa della sicurezza, tutela della privacy spaziale, garanzia di accesso universale a tecnologie assistive come diritto, non privilegio di mercato.

Consideriamo infine il principio di sussidiarietà, secondo cui le tecnologie devono potenziare capacità umane, non sostituirle. L’embedded AI può supportare o sostituire capacità cognitive e decisionali. La DSC richiede che funzioni come subsidium (aiuto che non sostituisce), preservando autonomia decisionale: un’IA diagnostica che supporta il medico mantenendolo al centro della decisione terapeutica è sussidiaria; un’IA che decide autonomamente le terapie viola sussidiarietà perché espropria il professionista della sua competenza e responsabilità. L’embodied AI può supportare o sostituire capacità fisiche e operative. La DSC richiede ugualmente subsidium: un esoscheletro che potenzia la forza del lavoratore mantenendolo protagonista del lavoro è sussidiario; un robot che elimina completamente la mansione umana viola sussidiarietà perché espropria il lavoratore della sua dignità lavorativa.

Questi esempi dimostrano che la distinzione embedded/embodied ha rilevanza pratica reale, ma non sul piano dello status morale dei sistemi, bensì sul piano delle diverse modalità attraverso cui questi sistemi impattano dimensioni diverse della vita umana sociale, e quindi sul piano delle diverse responsabilità morali che gravano sugli esseri umani che progettano, producono, distribuiscono, regolano e utilizzano questi sistemi.

6. Conclusione: trasformare la domanda

Il CES 2026 ha mostrato l’industria tecnologica impegnata a costruire una narrativa di inevitabilità attorno all’embodied AI. La retorica dominante presenta i robot umanoidi come naturale evoluzione dell’intelligenza artificiale, passaggio necessario verso intelligenze più complete perché situate fisicamente. Questa narrativa merita resistenza critica.

L’Agency Partecipata, in dialogo con l’antropologia tomista e la Dottrina Sociale della Chiesa, propone una trasformazione radicale della domanda. Non si tratta di chiedersi: «che status dare ai robot embodied?», questione mal posta che presuppone già una continuità ontologica tra artefatti complessi e soggetti razionali. Si tratta invece di chiedersi: «come impedire che robot, sia embedded che embodied, violino la dignità umana e ostacolino il bene comune?»

Questa domanda trasformata apre spazi per la riflessione etica e politica responsabile. Riporta l’attenzione dove deve stare: sulle scelte umane, sulle strutture di potere, sulle conseguenze sociali. I robot presentati al CES 2026 non sono protagonisti di una storia autonoma di progresso tecnologico. Sono strumenti, sofisticati, certamente; influenti, indubbiamente; ma sempre e comunque strumenti che mediano progetti umani, interessi economici, visioni del mondo. Il robot domestico che promette di liberare tempo per qualità della vita incorpora una concezione specifica di cosa significhi qualità: quale lavoro domestico è prezioso (quello creativo) e quale è alienante (quello ripetitivo)? Chi decide? Con quali conseguenze per la dignità del lavoro manuale, per le relazioni intergenerazionali, per l’educazione alla responsabilità domestica?

Le domande giuste non sono tecniche, ma politiche ed etiche. E richiedono che resistiamo alla tentazione di proiettare su artefatti complessi le categorie ontologiche riservate alle persone. L’embodied AI non è quasi-umana perché ha forma antropomorfa e si muove nello spazio. È un artefatto che, proprio per la sua capacità di generare proiezioni antropomorfiche, richiede vigilanza critica raddoppiata. La sovrabbondanza di robot umanoidi prevista dagli analisti non è inevitabile progresso, ma scelta industriale che merita valutazione alla luce del bene comune.

L’Agency Partecipata offre strumenti concettuali per questa vigilanza: distinzione chiara tra causalità strumentale e causalità autonoma, attenzione al machine habitus che cristallizza disposizioni sociali, analisi della co-costituzione asimmetrica tra umani e sistemi tecnici. E, fondamentalmente, rifiuto fermo di ogni tentativo di diluire il concetto di persona attribuendo quasi-soggettività ad artefatti, per quanto sofisticati.

Il futuro che il CES 2026 ha tentato di rendere desiderabile non è neutro. Incorpora visioni antropologiche, gerarchie valoriali, distribuzioni di potere. L’embodied AI non è semplicemente AI con corpo, ma AI inserita in progetti sociotecnici che vanno interrogati criticamente. E l’unica domanda eticamente seria non è: «cosa dobbiamo ai robot?», ma; «come i robot servono o ostacolano la fioritura umana integrale e il bene comune?» A questa domanda, la distinzione embedded/embodied offre strumenti analitici utili, ma mai giustificazione per attribuire dignità dove c’è solo complessità funzionale, o diritti dove ci sono solo algoritmi che eseguono istruzioni umane.

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