Leone XIV e una profezia scomoda
Da don Milani a Leone XIV: l’obbedienza alle armi è ancora una virtù?
2 giugno 2026
Indice
«Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci» (Is 2,4)
Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato
Il 2 giugno 2026, mentre a Roma sfilava la parata militare per la Festa della Repubblica con i cappellani castrenses in uniforme, la Sala Stampa vaticana diffondeva un comunicato sobrio e, a saperlo leggere, tutt’altro che innocente. Il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale annunciava il titolo del Messaggio di Leone XIV per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, che si celebrerà il 1° settembre: «Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci» (Is 2,4).
La coincidenza di date non va enfatizzata oltre misura e sarebbe ingenuo costruirci sopra un’intenzione polemica consapevole. Ma va registrata perché i simboli lavorano indipendentemente dalle intenzioni e questa sovrapposizione riapre una disputa che la Chiesa italiana non ha mai davvero chiuso. Nel 1965 don Lorenzo Milani scrisse ai cappellani militari toscani che avevano definito l’obiezione di coscienza «estranea al sentimento cristiano». La sua risposta, «L’obbedienza non è più una virtù», rimase per decenni una pietra di inciampo nel rapporto tra Chiesa, Stato e uso legittimo della forza armata, problema che fu semplicemente accantonato non riuscendovi a trovare una soluzione. Il versetto di Isaia scelto da Leone XIV lo rimette al centro con una forza profetica che il semplice contesto ecologico non esaurisce.
Vomeri e falci
Is 2,4 è molto più di un’immagine della pace. È, anzitutto, una dichiarazione sull’uso delle risorse materiali perché le stesse risorse che vengono forgiate in armi possono essere forgiate in attrezzi agricoli. Il testo non parla di conversione interiore astratta, ma di metallo, di lavoro, di economia. L’esegesi contemporanea insiste su questo punto affermando che la pace annunciata da Isaia non è uno stato d’animo, ma un ordine alternativo della produzione; è più di un voler bene al nemico e chiede di smettere di fabbricare quello che lo uccide e cominciare a produrre quello che nutre.
Esattamente questa concretezza materiale rende il versetto così pertinente alla traiettoria che va da Francesco a Leone XIV e che la Magnifica Humanitas ha reso esplicita. L’enciclica di maggio 2026 ha compiuto un passo che il magistero sociale aveva lungamente evitato e ha unificato in un’unica architettura argomentativa la questione ecologica, la questione del lavoro nell’era digitale e la questione della guerra con armi autonome. Per decenni questi tre ambiti erano stati trattati in documenti e linguaggi separati come se il paradigma tecnocratico che inquina i fiumi non fosse lo stesso che dequalifica i lavoratori o non fosse lo stesso che delega a un algoritmo la decisione di colpire un bersaglio. La Magnifica Humanitas dice che è lo stesso paradigma e che la risposta deve essere unitaria.
Da Francesco a Leone
Francesco aveva aperto questa strada con Laudato si’, introducendo l’«ecologia integrale» come rifiuto della scissione tra cura del creato e opzione per i poveri. Ma il versante bellico era rimasto laterale. Leone XIV lo porta al centro con il capitolo quinto della Magnifica Humanitas dedicato, con pagine dense, alle armi autonome, alla «normalizzazione della guerra» e alla crisi del multilateralismo. Qui introduce la categoria del «disarmare» come cifra non solo militare, ma politico-teologica. «Disarmare l’IA», scrive, «significa sottrarla alla logica della competizione armata», significa che il problema delle armi intelligenti e il problema della tecnica che domina il lavoro umano hanno la stessa radice.
Is 2,4 è il versetto biblico che tiene insieme questi fili. Non perché lo dica esplicitamente il comunicato vaticano, che si limita a sottolineare il nesso tra conflitti armati e deterioramento ambientale, ma perché la struttura del testo profetico lo contiene già quando afferma che le spade e le lance non sono metafore, ma oggetti che assorbono risorse e strutturano relazioni economiche e di potere. Trasformarle in vomeri e falci non è un gesto simbolico: è una scelta di ordine produttivo che ha conseguenze sull’intero assetto sociale.
Vale la pena aggiungere una precauzione: quello che il Vaticano ha reso pubblico il 2 giugno è solo il titolo e una sintesi di poche righe. Ogni lettura più articolata, compresa questa, non è che un’interpretazione della traiettoria e non può considerarsi ancora un’esegesi del testo. Il messaggio completo potrebbe confermare questa direzione o rivelarne di diverse.
Conclusione
Detto questo, la traiettoria esiste ed è leggibile e la domanda posta alla Chiesa italiana, proprio nel giorno in cui i cappellani militari sfilavano in uniforme sotto l’Arco di Trionfo, è la stessa che don Milani aveva posto sessant’anni fa con il suo piglio scomodo: può una Chiesa che annuncia «forgeranno le loro spade in vomeri» continuare, nel frattempo, a benedire le spade? La risposta non è scontata e non è detto che Leone XIV la stia dando. Ma il fatto che il comunicato sia uscito quel giorno e con quel versetto rende impossibile non porsi la domanda.
