L’8 luglio 2026 a San Giovanni a Piro, in Cilento, l’opera Machina Sacra di Max Magaldi e Matteo Mandelli ha messo in scena una processione cattolica con uno schermo al posto della statua e smartphone coordinati da un’intelligenza artificiale al posto dei lumini.
L’articolo legge l’operazione dentro il codice specifico del rito cattolico, la ricerca della luce che nella veglia pasquale trova compimento nella proclamazione del Lumen Christi, e si chiede cosa accada a quel gesto quando il canale che lo veicola non è più il cero ma un dispositivo digitale, tra machine habitus e circuito attenzionale. Chiude con una domanda pastorale concreta, quando un dispositivo, analogico o digitale, resta al proprio posto nel rito e quando invece lo sostituisce.
Trascendentale digitale, 30 luglio 2025
Indice
L’opera d’arte Machina Sacra
L’8 luglio 2026, a Bosco, frazione di San Giovanni a Piro, in Cilento, si è svolta Machina Sacra, opera di Max Magaldi e Matteo Mandelli presentata nell’ambito del festival MicroCosmi[1]. Il corteo ha ripercorso la forma di una processione tradizionale, sostituendone gli elementi materiali: al posto della statua o della croce, un grande schermo digitale portato a spalla, sul quale è comparsa un’incisione dedicata, nelle parole degli organizzatori, alla «ricerca della luce»[2]; al posto dei lumini, gli smartphone del pubblico, issati e tenuti in vista, collegati all’opera tramite QR code e coordinati da un sistema di intelligenza artificiale, che ha prodotto una litania fatta di voci sintetiche e suoni generati algoritmicamente[3].
Il corteo si è concluso con la deposizione dello schermo nella Cappella del Carmine di Bosco, dove l’opera è rimasta esposta fino al 12 luglio[4].
Gli autori hanno dichiarato di non voler mettere in discussione la fede, ma di voler osservare come cambiano, oggi, i simboli attorno a cui si riconosce un’appartenenza comune[5].
Una forma antica, segni nuovi
Chi cammina in questo corteo compie gesti che la processione cattolica conosce da secoli: si raduna, precede un oggetto guida, attraversa le vie del paese, conclude con una deposizione solenne in un luogo consacrato. È la stessa struttura che la ritualistica descrive per qualunque cammino processionale, una fase di distacco dal quotidiano, un attraversamento, un arrivo che ricompone il gruppo attorno a un punto fermo[6]. Le cronache dell’evento lo confermano senza volerlo, quando per raccontarlo ricorrono spontaneamente al lessico liturgico proprio, rito, corteo, ostensione, litania[7].
Sarebbe però un errore pensare che, restando intatta questa forma, restino intatti anche i contenuti che vi si esprimono, come se si trattasse solo di dire la stessa cosa con segni diversi. Statua e schermo non dicono la stessa cosa con mezzi diversi: il tipo di rapporto che ciascuno intrattiene con ciò a cui dovrebbe rimandare è diverso, ed è su questo rapporto, non sulla somiglianza dei materiali, che vale la pena fermarsi.
Machine habitus
Si potrebbe pensare che a produrre lo scarto tra statua e schermo sia il fatto stesso che il dispositivo digitale agisca senza passare per la riflessione cosciente, un automatismo del gesto che spegnerebbe da sé qualunque contenuto religioso. Ma questo automatismo non è una peculiarità del digitale: anche portare un cero in processione è, in gran parte, un gesto incorporato attraverso anni di pratica, non un atto sorvegliato dal pensiero a ogni passo. Se bastasse l’automatismo a cancellare il significato religioso, l’avrebbe già cancellato da sempre, anche nella processione più tradizionale, che invece vive proprio di quell’automatismo.
Quello che davvero cambia non è la presenza o assenza di consapevolezza, è quale abitudine incorporata il gesto mette in moto. Il cero mette in moto un’abitudine formata da anni di pratica religiosa, orientata, anche senza pensarci, verso qualcosa che la trascende. Lo smartphone, tenuto in mano nello stesso corteo, mette in moto un’abitudine diversa, quella che nasce dall’uso quotidiano della piattaforma, dallo scorrimento, dalla notifica, dalla risposta immediata, un corpo già allenato a un certo tipo di attenzione, quello che alcuni studiosi chiamano machine habitus[8].
Quando il gesto processionale viene compiuto con un corpo formato da questa seconda abitudine, ciò che si attiva non è la disposizione religiosa, anche se l’intenzione di chi partecipa resta sincera. A questo si aggiunge, per come l’opera è costruita, una dimensione operativa e non solo dispositiva: il sistema riceve segnali dai telefoni connessi e restituisce un suono e una luce che modificano a loro volta il comportamento della folla, in un circuito che si chiude in tempo reale, diverso dalla semplice amplificazione della voce del sacerdote.
Le fonti disponibili non descrivono con precisione tecnica se il sistema operi davvero per retroazione continua, il punto resta una lettura plausibile della sua logica più che un dato accertato[9], ma se regge, mostra che non è la tecnologia in sé a spegnere la trascendenza del segno, è il conflitto tra un’abitudine che si apre a un oltre e un circuito costruito per trattenere l’attenzione su di sé.
Una luce che cerca un nome
Il segno sullo schermo, «ricerca della luce», va letto dentro il codice specifico del rito cattolico che l’opera esplicitamente cita nella sua forma, statua sostituita, cero sostituito, corteo, deposizione in cappella: il codice per cui la luce cercata è Cristo, luce del mondo, e per cui la ricerca trova il proprio compimento in un atto liturgico preciso, la proclamazione del Lumen Christi nella veglia pasquale, che nomina la luce e chiude la ricerca in un trovamento dichiarato[10].
Non si tratta però di misurare Machina Sacra per sottrazione rispetto a questo rito, come se dovesse contenere l’equivalente della proclamazione per essere presa sul serio, né di correggerla perché non lo fa. L’opera non è un rito mancato, è l’ipotesi di un artista su cosa potrebbe accadere a quel preciso gesto cattolico, cercare la luce ed essere condotti a un nome, quando il canale che lo veicola non è più il cero e la voce del diacono ma un dispositivo digitale coordinato da un sistema.
È una prospettiva su un possibile sviluppo, non una descrizione precisa né una pretesa di preveggenza, e va giudicata come si giudica un’ipotesi, per la sua plausibilità, non per la sua fedeltà a un modello che non ha mai avuto intenzione di riprodurre punto per punto.
Qui entra il conflitto di abitudini appena descritto, che smette di essere un criterio per giudicare se quella sera specifica la luce sia arrivata o no, e diventa il contenuto stesso dell’ipotesi che l’opera mette in scena: cosa succede al gesto cattolico della ricerca della luce quando il canale che lo porta è un dispositivo che, per costituzione tecnica e per l’abitudine che il corpo vi ha già maturato nell’uso quotidiano, tende a trattenere l’attenzione su di sé invece di lasciarla proseguire verso il nome che la liturgia normalmente pronuncia.
Il fatto che nell’opera quella proclamazione non avvenga non è un difetto da correggere, è precisamente ciò che l’ipotesi dell’artista vuole mostrare come possibile, l’assenza del nome come esito plausibile, non come errore di realizzazione.
Un coro senza Spirito
Uno degli autori, Max Magaldi, ha detto a proposito dell’uso quotidiano e distratto dello smartphone che l’opera vuole rendere visibile: «la separazione non è un difetto del rito, è il rito, separarci tutti insieme»[11]. È una frase che descrive bene la vita di ogni giorno fuori dall’opera, quando la vicinanza fisica non produce più comunione, perché ciascuno resta chiuso nel proprio canale personale. Ma descrive male ciò che l’opera stessa mette in scena, che è l’esatto contrario: telefoni normalmente individuali vengono sincronizzati in un unico coro, issati come un’icona condivisa, capace di produrre un solo suono collettivo. L’opera non mette in scena la separazione, mette in scena la fusione.
Questa fusione somiglia, esteriormente, all’immagine paolina del corpo mistico, la sincronia, il coro, il punto di luce comune[12]. Ma il corpo mistico non nasce da un coordinamento esterno che sincronizza parti altrimenti autonome, come un direttore fa con gli strumenti di un’orchestra. Nasce da un principio di unità interno, lo Spirito che abita ciascun membro per grazia, così che il corpo è uno dal di dentro, non assemblato dal di fuori[13].
Chiamare corpo mistico ciò che Machina Sacra costruisce significherebbe, senza accorgersene, scambiarlo per un’orchestra, cioè per l’immagine che la teologia del corpo mistico ha sempre cercato di evitare. L’accostamento resta utile, ma va letto al contrario: non come prova che lì ci sia comunione, ma come indicazione precisa di cosa manchi perché ci sia, l’animazione che viene da dentro, qui sostituita da un coordinamento che viene da fuori.
Una domanda pastorale
Se il problema non è il digitale in sé ma la sostituzione integrale del canale, la domanda pastorale che l’opera lascia in eredità non è se usare la tecnologia nei riti, ma a quale condizione un dispositivo possa svolgere una funzione rituale restando al proprio posto. Un dispositivo resta trasparente quando l’attenzione di chi partecipa continua a passare attraverso di esso verso ciò che il rito indica, e diventa un ostacolo quando si ferma su di esso, quando il device smette di essere veicolo e diventa, agli occhi di chi guarda, l’oggetto stesso dell’attenzione.
Resta al proprio posto quando esegue solo la funzione che il rito gli assegna, sostituire un canto assente, amplificare una voce, mostrare un’immagine, e la abbandona quando porta dentro il rito il proprio regime ordinario di funzionamento, la notifica, l’invito a rispondere, il richiamo che compete con la preghiera invece di sostenerla. Sono questi i criteri, non il tipo di dispositivo, a stabilire quando la carta, quando l’analogico, quando il digitale, quando nessuno dei tre: non conta il materiale del canale, conta se il canale accetta di scomparire dietro ciò che deve mostrare, o pretende di restare visibile come se stesso.
[1] A. Sanfrancesco, La prima processione digitale d’Italia, una provocazione che educa a riflettere sull’Intelligenza artificiale, «Famiglia Cristiana», 11 luglio 2026.
[2] Ibidem.
[3] Ibidem; cfr. anche Machina Sacra, la processione guidata dall’intelligenza artificiale, Askanews, 10 luglio 2026.
[4] A. Sanfrancesco, cit.
[5] In Cilento debutta «Machina Sacra»: la prima processione digitale, Metropolisweb, 10 luglio 2026, che riporta le dichiarazioni di Matteo Mandelli e Max Magaldi.
[6] A. van Gennep, Les rites de passage, Émile Nourry, Paris, 1909, trad. it. I riti di passaggio, Bollati Boringhieri, Torino, 1981; V. Turner, The Ritual Process: Structure and Anti-Structure, Aldine, Chicago, 1969, trad. it. Il processo rituale, Morcelliana, Brescia, 1972.
[7] Cfr. A. Sanfrancesco, cit., e Metropolisweb, cit.
[8] M. Airoldi, Machine Habitus: Toward a Sociology of Algorithms, Polity Press, Cambridge, 2022; per la nozione di habitus come sistema di disposizioni incorporate, P. Bourdieu, Le sens pratique, Minuit, Paris, 1980, trad. it. Il senso pratico, il Mulino, Bologna, 2005.
[9] Nessuna delle fonti giornalistiche consultate descrive con dettaglio tecnico il funzionamento del sistema di coordinamento. Il punto resta una lettura interpretativa, non una descrizione accertata.
[10] Cfr. Gv 8,12; Gv 1,4-9; 1 Gv 1,5-7; Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 529, 748, 2466, per il tema di Cristo luce del mondo; per l’atto liturgico della proclamazione, Missale Romanum, Veglia Pasquale nella Notte Santa, rito del Lucernario e Praeconium Paschale.
[11] La dichiarazione di Max Magaldi è riportata, in forma sostanzialmente identica, da più testate, tra cui Metropolisweb, cit., e Il Giornale del Cilento, Machina Sacra, la prima processione digitale in Italia: la «fede» guidata dall’IA, 10 luglio 2026.
[12] 1 Cor 12, 12-27.
