La pastorale investe nella vocazione soprattutto sacerdotale e della vita religiosa. Cosa manca a matrimonio e ministeri laicali? Un’analisi tra dati e magistero.
Indice
Introduzione: un caso americano paradigmatico
Un servizio pubblicato nel luglio 2026 da The Pillar, dedicato alle strategie diocesane statunitensi per la promozione delle vocazioni, offre un banco di prova empirico particolarmente nitido della tesi che qui si intende argomentare[1]. L’articolo ricostruisce, attraverso interviste a vescovi e direttori diocesani delle vocazioni, un intero repertorio di strumenti pastorali dedicati sistematicamente alla promozione del presbiterato: seminari propri a livello diocesano, campi estivi di discernimento come il programma Quo Vadis dell’arcidiocesi di Filadelfia, giunto alla ventesima edizione, giornate di sensibilizzazione rivolte a bambini delle scuole medie con incontri diretti con sacerdoti e religiosi, gruppi di preghiera organizzata e continuativa per le vocazioni sacerdotali, club di sostegno dedicati come i Serra Club, l’assegnazione di seminaristi alle parrocchie perché siano visibili e imitabili dai giovani, e persino l’invito esplicito dei vescovi ai ragazzi a chiedersi che cosa Dio voglia da loro, formulato però sempre in vista del discernimento sacerdotale o religioso.
Ciò che rende il testo interessante non è tanto il suo contenuto esplicito, quanto la sua omissione: nell’intero servizio, che pure affronta ampiamente il tema di come si costruisce una cultura vocazionale, non compare mai un accenno a strategie pastorali comparabili per la vocazione al matrimonio o ai ministeri laicali. Perfino il vescovo di San Angelo, Mike Sis, l’unico tra gli intervistati a introdurre il tema delle resistenze familiari e a parlare della necessità di preparare le famiglie ad accogliere una chiamata divina più ampia di quella che immaginano per i propri figli, lo fa in funzione dell’apertura dei genitori al servizio ecclesiale a tempo pieno del figlio o della figlia, non per rivendicare una pari dignità pastorale della vocazione matrimoniale in quanto tale. L’articolo, insomma, non manifesta alcuna intenzione polemica e proprio per questo è testimone involontario, ma affidabile, della gerarchia informale delle vocazioni che la prassi pastorale corrente continua a riprodurre, cioè un apparato comunicativo, organizzativo e devozionale interamente calibrato sulla riproduzione del clero, e l’assenza pressoché totale di un apparato equivalente per le altre due vocazioni battesimali.
Il caso americano non è isolato, anzi è la conferma aggiornata di una asimmetria strutturale che la sociologia della religione italiana ha già documentato sul piano dei dati, che la teologia del laicato successiva al Concilio Vaticano II ha già segnalato sul piano dei principi e che i dati più recenti sui ministeri laicali istituiti confermano su un terzo piano, quello dell’attuazione pratica.
L’asimmetria nei dati: l’attenzione sproporzionata alla numerosità del clero
Un primo ordine di conferma viene da un dato sociologico. Luca Diotallevi ha mostrato che, in Italia, il calo del numero dei presbiteri diocesani risulta decisamente inferiore al calo della pratica religiosa regolare del popolo dei fedeli, misurata dalla frequenza di partecipazione ai riti almeno una volta alla settimana[2]. Diotallevi attribuisce questa asimmetria non a un’azione pastorale qualitativamente superiore, ma al combinarsi di un’eredità storica, quello delle generazioni di preti diocesani reclutate con maggior successo nei decenni passati, con il ricorso più recente a politiche di reclutamento non convenzionale, come l’abbassamento della selettività in entrata e l’impiego crescente di seminaristi e presbiteri nati all’estero. Lo stesso Diotallevi segnala che questo tipo di intervento produce, sul piano dei numeri, effetti modesti e di breve durata, mentre produce altri effetti destinati a incidere sulla vita interna e sulla cultura della Chiesa in modo più duraturo.
Ciò che qui interessa non è la spiegazione demografica in sé, ma un’affermazione più diretta che Diotallevi formula a commento del medesimo dato: le autorità ecclesiastiche hanno prestato maggiore o più efficace attenzione alla numerosità del clero che non a quella dei fedeli e la crisi della pratica religiosa richiama meno attenzione e meno energie di quelle mobilitate per contrastare la contrazione del clero secolare. Il dato quantitativo, di per sé, non dimostra l’esistenza di un apparato comunicativo vocazionale sbilanciato a favore del presbiterato. La spiegazione che Diotallevi offre per il differenziale di calo è organizzativa e demografica, non comunicativa, ma la sproporzione di attenzione e di risorse che egli documenta a proposito del reclutamento del clero è compatibile con, e aiuta a spiegare, l’assenza di un dispositivo pastorale comparabile a sostegno delle vocazioni al matrimonio e ai ministeri laicali che il caso americano illustra in presa diretta.

La vocazione al matrimonio: uno scollamento tra dottrina riformata e mentalità pastorale
Sul piano del magistero, la questione è chiusa da tempo. Gaudium et Spes rifiuta l’idea, diffusa nella disciplina canonica precedente il Concilio, che il matrimonio serva prima di tutto a incanalare l’istinto sessuale e solo in seconda battuta a costruire una comunione di vita. Definisce invece l’unione coniugale come intima comunità di vita e di amore, fondata sul dono reciproco delle persone[3]. Familiaris Consortio riprende e sviluppa questa impostazione, definendo il matrimonio e la famiglia come via specifica e originaria alla santità, non come condizione di vita subordinata a quella consacrata[4]. La catechesi sull’amore umano di Giovanni Paolo II, comunemente nota come teologia del corpo, va nella stessa direzione, spiegando che la dignità della vocazione coniugale nasce dal significato che il corpo umano assume nel dono di sé, e non da una funzione semplicemente correttiva di un impulso da controllare[5]. Amoris Laetitia, pur muovendosi in un contesto pastorale più ampio, attento anche alla fragilità dei legami familiari, conferma questa linea, insistendo sul matrimonio come vocazione a pieno titolo e non come stato di vita di ripiego[6]. Non vi è, nel magistero attualmente vigente, alcuna base testuale per continuare a pensare il matrimonio come una vocazione di secondo rango rispetto al presbiterato o alla vita consacrata.
Lo scollamento si colloca altrove: nella mentalità pastorale corrente, nella catechesi diffusa e nella prassi omiletica, che continuano a veicolare, per inerzia più che per adesione dottrinale esplicita, uno schema precedente al Concilio in cui il matrimonio resta una vocazione minore rispetto al presbiterato e alla vita consacrata. Il servizio di The Pillar ne offre indirettamente conferma: nessuno degli intervistati, pur impegnati a riflettere sistematicamente sulla costruzione di una cultura vocazionale, sente il bisogno di segnalare l’assenza di un impianto equivalente per il matrimonio, segno che quella assenza non è percepita come un’anomalia da correggere, ma come l’ordine naturale delle cose. Questo scarto tra dottrina riformata e prassi non riformata è precisamente il tipo di fenomeno che la sociologia della religione è attrezzata a trattare, perché non si tratta di un errore dottrinale da correggere in sede teologica, ma di un ritardo strutturale nell’apparato comunicativo e formativo della Chiesa, il quale non ha ricevuto lo stesso investimento sistematico riservato alla promozione delle vocazioni sacerdotali e religiose.
I ministeri laicali: la logica della supplenza
Sui ministeri laicali l’argomento non richiede correzioni preliminari, perché qui la subordinazione non è un residuo di mentalità superato dal diritto, ma è iscritta nel diritto stesso. Il canone 230 §3 del Codice di Diritto Canonico autorizza i fedeli laici a supplire ad alcune funzioni proprie dei ministri ordinati laddove la necessità della Chiesa lo suggerisca, in assenza di ministri[7]. La logica è dichiaratamente quella della supplenza: il ministero laicale esiste canonicamente come rimedio a una carenza di clero, non come esercizio autonomo del sacerdozio comune dei fedeli radicato nel battesimo.
Il motu proprio Antiquum Ministerium, con cui Francesco ha istituito nel 2021 il ministero laicale del catechista, segna un passo interessante, benché parziale, in questa materia: pur qualificando il ministero come stabile, radicato nel battesimo e nella confermazione e non meramente sostitutivo, ne colloca comunque l’istituzione sotto la responsabilità del vescovo diocesano, ne affida a ciascuna conferenza episcopale la definizione dei criteri di ammissione e del percorso formativo e insiste sulla necessità che il catechista operi in coordinamento con presbiteri e diaconi sotto la direzione del vescovo[8]. Nello stesso anno, il motu proprio Spiritus Domini ha aperto anche alle donne l’accesso ai ministeri istituiti di lettorato e accolitato, riservati fino ad allora ai soli uomini, modificando il canone 230 §1 e motivando la scelta con la necessità di manifestare meglio la comune dignità battesimale di tutti i fedeli[9].
Va peraltro precisato, per non appiattire il quadro, che l’istituzione a catechista, come quella di lettore e accolito, è pensata dal magistero come stabile e non ripetibile. Lo dichiara esplicitamente la Lettera della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ai presidenti delle conferenze episcopali sul rito di istituzione dei catechisti e affianca a questa stabilità del titolo la facoltà, riservata alle singole conferenze episcopali, di regolarne durata, contenuto e modalità di esercizio secondo le esigenze pastorali[10]. La subordinazione che qui si documenta, dunque, non riguarda la stabilità del ministero in quanto tale, che resta acquisita quanto quella dell’ordine sacro sotto questo specifico profilo, ma il controllo periodico che le conferenze episcopali possono esercitare sull’esercizio pratico, un controllo che il presbiterato incardinato non conosce nella stessa forma.
Resta dunque, anche in questi casi più avanzati, una figura ministeriale la cui autonomia rispetto alla gerarchia è più limitata di quanto la sua origine battesimale lascerebbe attendere. I due documenti non affrontano in modo sistematico il rapporto tra questa figura e la logica di supplenza che continua a governare l’insieme dei ministeri laicali non ordinati.
Il dibattito sinodale tedesco, per parte sua, ha portato alla superficie in modo esplicito e conflittuale la stessa tensione, proponendo un ampliamento dei ministeri laicali stabili che la Santa Sede ha in larga parte respinto o sospeso, a conferma che la logica della supplenza resta il paradigma canonico dominante anche laddove la prassi locale tenta di superarla[11].
Giovanni Paolo II aveva proposto, in Christifideles Laici, un modello alternativo, definendo la vocazione e la missione dei laici non come supplenza, ma come modo proprio e insostituibile di rendere presente e operante la Chiesa nei luoghi e nelle circostanze in cui essa non può essere sale della terra se non per loro tramite[12]. La distanza tra questa proposta magisteriale e la prassi canonica e pastorale corrente, che continua a inquadrare il ministero laicale come sostitutivo e revocabile nell’esercizio, un margine di discrezionalità gerarchica sconosciuto al presbiterato, misura esattamente lo scarto tra lo schema per servizi, enunciato nel Concilio e ripreso da Christifideles Laici, e lo schema per funzioni, che continua a strutturare l’organizzazione ecclesiale reale: nel primo, organizzazione e gerarchia sono subordinate alla competenza e al carisma effettivo; nel secondo, restano subordinate al grado e al titolo in una struttura verticistica, entro la quale il laico supplisce, ma non partecipa a titolo proprio.
Il diaconato come crocevia: lettura clericale e lettura profetica
Il diaconato occupa, in questo quadro, una posizione ambigua che merita un supplemento di analisi perché si presta a due letture opposte. Riprendo qui, applicandola al quadro più ampio di questo scritto, una tesi già argomentata in altra sede a proposito del duplice statuto, transeunte e permanente, dello stesso grado sacramentale[13].
La prima lettura è clericale in senso stretto: il diacono viene pensato come un grado collocato su una scala che discende dalla pienezza sacramentale del vescovo, secondo l’architettura gerarchica che la teologia medievale, sulla scorta di Dionigi l’Areopagita, aveva reso canonica e che anche Tommaso d’Aquino riprende pensando i gradi dell’ordine come partecipazione decrescente di un’unica realtà sacramentale concentrata nell’episcopato[14]. In questa lettura, il diacono è, per dirla semplicemente, un presbitero incompleto, un ministro definito da quanto gli manca rispetto al grado superiore e la sua identità dipende dalla posizione che occupa nella scala, non dal servizio specifico che rende. Questa lettura produce un’incoerenza concreta, non solo teorica, che riguarda il modo in cui la prassi tratta diversamente lo stesso grado sacramentale a seconda di chi lo riceve: per chi si sta preparando al presbiterato il diaconato è una tappa amministrativa, attraversata in pochi mesi e priva di una vocazione propria che le corrisponda; per chi lo riceve come diacono permanente è invece una vocazione terminale, vagliata con cura negli anni, spesso insieme alla moglie[15]. Non sono due modi diversi di accentuare pastoralmente lo stesso dato, ma due modi incompatibili di trattare la stessa parola, vocazione diaconale, a seconda che la si applichi a un seminarista o a un uomo sposato di mezza età.
La seconda lettura è invece profetica e trova il suo punto di appoggio più solido non fuori, ma dentro il magistero stesso. Il Catechismo della Chiesa Cattolica distingue, dentro l’unica ordinazione, un grado di partecipazione al sacerdozio proprio di episcopato e presbiterato e un grado di servizio proprio del diaconato[16]: non una differenza di posizione sulla stessa scala, ma una differenza di natura tra due modi diversi di partecipare alla missione di Cristo. Letto così, il diacono non è un presbitero a metà, ma un ministro di un genere distinto, la cui identità nasce da un servizio riconosciuto, non da un grado occupato. Il modello per questa seconda lettura viene dagli Atti degli Apostoli, dove è la comunità a scegliere i candidati sui quali gli apostoli impongono le mani, un riconoscimento comunitario di un carisma già in atto, verificato dal popolo prima che l’autorità lo consacri e non un suggello finale apposto su un percorso deciso altrove[17]. Applicato al diaconato, questo criterio richiederebbe di trattarlo esattamente come si dovrebbe trattare un ministero laicale: non come tappa di un cursus clericale, ma come vocazione autonoma, riconosciuta dalla comunità che ne beneficia.
Le due letture non sono uguali sul piano canonico. La tradizione stessa offre un indizio a favore della seconda: il Codice del 1917 puniva con la sospensione, non con la nullità, chi riceveva gli ordini saltando un grado, il che significa che la sequenza dei gradi era considerata materia disciplinare e non condizione di validità sacramentale[18]. Se così fosse, nulla impedirebbe in linea di principio di rendere il diaconato una via non obbligata per l’accesso al presbiterato, riservandolo a chi lo riceve come vocazione a sé, vagliata secondo il modello comunitario di Atti 6, e non come tappa amministrativa nel percorso di chi si prepara a un grado diverso[19].
I dati sulla crescita del diaconato permanente, esposti più avanti, vanno dunque letti con questa ambivalenza in mente. La loro attuale collocazione dentro l’apparato clericale, uffici diocesani, statistiche annuali, appartenenza al clero in senso canonico, mostra che nella prassi corrente ha prevalso finora la prima lettura, quella che tratta il diaconato come grado, non come servizio. La seconda lettura resta, per ora, una possibilità aperta dal magistero, ma non ancora tradotta in una prassi comparabile: esattamente la stessa distanza tra dottrina e attuazione che questo scritto ha già documentato a proposito del matrimonio e dei ministeri laicali.
Dati recenti: diaconato permanente, ministeri femminili istituiti e ministero del catechista
Alcuni dati aggiornati permettono di verificare concretamente quanto queste aperture normative si siano tradotte in prassi effettiva.
Il diaconato permanente, per il diritto attualmente in vigore, va tenuto distinto dai ministeri laicali propriamente detti. Infatti, il diacono, anche quando sposato, riceve un ordine sacro e appartiene canonicamente al clero. Proprio questa collocazione, conseguenza della lettura clericale appena discussa, spiega perché sia qui, nel campo ordinato, che si registra una crescita reale: il numero dei diaconi permanenti nel mondo è passato da poco più di cinquantamila nel 2022 a oltre cinquantaduemila nel 2024[20], e negli Stati Uniti le ordinazioni diaconali hanno conosciuto nel 2025 una ripresa, con circa cinquecentosettanta nuovi diaconi a fronte di quasi cinquecento ritiri dal ministero attivo per età o pensionamento[21]. Anche in questo caso, però, il dato conferma l’argomento: la crescita riguarda un ministero che resta parte del clero e che dunque continua a godere di quell’attenzione istituzionale sistematica (uffici diocesani dedicati, programmi di formazione pluriennale, statistiche annuali raccolte a livello nazionale) che manca del tutto alle vocazioni propriamente laicali.
Sui ministeri laicali femminili la situazione è ancora più indicativa. Cinque anni dopo Spiritus Domini, l’istituzione effettiva di donne come lettrici o accolite resta un fenomeno marginale e concentrato in pochissime diocesi. Alla fine del 2024 risultavano celebrazioni di questo tipo solo in casi isolati, come tre donne istituite come accolite nella diocesi di Lexington e cinque nell’arcidiocesi di San Antonio[22], mentre la maggior parte delle diocesi statunitensi dichiarava esplicitamente di essere in attesa di indicazioni dalla propria conferenza episcopale prima di procedere[23]. La Conferenza Episcopale statunitense ha istituito un gruppo di lavoro per un direttorio nazionale sui ministeri istituiti solo a metà del 2024, tre anni e mezzo dopo la riforma di Francesco, e la pubblicazione dei testi rituali definitivi per l’istituzione di lettori, accoliti e catechisti risulta a sua volta rinviata, con una stima di pubblicazione collocata tra il 2026 e il 2027[24]. Il collo di bottiglia, in questo caso, non è tanto il singolo parroco (potrebbe tacere o disprezzare queste scelte oppure rallentare e persino negare il nulla osta necessario per accedere alla formazione del ministero) quanto la catena di autorizzazioni successive: il vescovo diocesano che attende le norme della conferenza episcopale, la conferenza episcopale che attende ulteriori indicazioni dalla Santa Sede…, ma l’effetto pratico è comunque quello di un’apertura formale del diritto che resta lettera morta finché non trova, a ogni livello della gerarchia, chi sia disposto a darle applicazione concreta.
Il ministero del catechista, istituito dallo stesso Antiquum Ministerium, segue un percorso parallelo. Non risultano dati aggregati sul numero di catechisti effettivamente istituiti a livello diocesano negli Stati Uniti, proprio perché la stessa assenza di un direttorio nazionale condiviso ha finora impedito una raccolta sistematica di questo tipo di informazione; le uniche istituzioni di rilievo pubblico documentate restano cerimonie isolate, come quella celebrata a Roma nel settembre 2025 in occasione del Giubileo dei catechisti[25]. Anche qui, dunque, il ministero esiste sulla carta dal 2021, ma la sua diffusione effettiva è frenata dalla stessa lentezza istituzionale multilivello osservata per lettorato e accolitato.
Il quadro complessivo conferma quindi, con dati verificabili, l’intuizione da cui muove questo scritto: quando una richiesta di apertura riguarda il presbiterato, l’apparato ecclesiale mobilita in tempi rapidi seminari, campi estivi, uffici diocesani dedicati e statistiche annuali puntuali, quando la stessa apertura riguarda un ministero laicale, per di più femminile, l’attuazione pratica richiede anni di attesa attraverso più livelli di autorità, ciascuno dei quali può, legittimamente, rallentare ulteriormente il processo.
Il quadro italiano ed europeo
Anche il caso italiano conferma lo schema osservato negli Stati Uniti, con tempi persino più lunghi. Il diaconato permanente cresce in modo costante e ben monitorato: i diaconi permanenti in Italia erano oltre 4.800 alla fine del 2023, distribuiti in 217 diocesi su 222, con un raddoppio nel decennio precedente[26], e l’Italia risulta tra le nazioni al mondo con il maggior numero di diaconi permanenti in assoluto[27]. Anche in questo caso la crescita riguarda un ministero ordinato, sostenuto da una rivista dedicata attiva dal 1966, da orientamenti e norme approvati dalla Conferenza Episcopale Italiana già nel 1992 e da un’associazione nazionale, la Comunità del Diaconato in Italia, che ne segue costantemente l’andamento. Esattamente il tipo di apparato organizzativo che manca ai ministeri propriamente laicali.
Su lettorato e accolitato femminile, la Conferenza Episcopale Italiana ha approvato una nota applicativa ad experimentum solo nel luglio 2022, un anno e mezzo dopo Spiritus Domini, in attesa peraltro che la Santa Sede pubblichi ancora oggi i nuovi testi rituali ufficiali per l’istituzione di lettori, accoliti e catechisti[28]. La prima diocesi italiana a procedere è stata Palermo, che nel giugno 2022 ha istituito undici donne come lettrici e accolite, un fatto definito dalla stampa cattolica una novità assoluta nella storia della Chiesa italiana[29], e che da allora ripete la celebrazione ogni anno in occasione della dedicazione della cattedrale, includendo sempre alcune donne tra i nuovi ministri istituiti[30]. Si tratta di un’iniziativa isolata: una diocesi come quella di Faenza-Modigliana risulta aver istituito le sue prime lettrici e accolite donne solo nel maggio 2026, cinque anni dopo la riforma di Francesco e dopo un percorso di formazione durato due anni[31]. Il ritmo con cui le diocesi italiane si stanno muovendo, insomma, resta lento e fortemente diseguale da territorio a territorio, esattamente come negli Stati Uniti.
Sul ministero del catechista mancano, anche in Italia, dati aggregati sul numero di persone effettivamente istituite; la stessa nota della Conferenza Episcopale Italiana lega esplicitamente questo ministero al percorso del Cammino sinodale delle Chiese in Italia, come banco di prova per verificarne la ricaduta pratica[32], segno che anche a livello nazionale l’attuazione è pensata come processo di lungo periodo, non come applicazione immediata di un diritto già riconosciuto. Il quadro europeo, per quanto meno documentato caso per caso, mostra la stessa asimmetria di fondo: crescita regolare e ben monitorata del clero, compreso quello sposato del diaconato permanente, e attuazione lenta, frammentata e ancora largamente incompiuta dei ministeri laicali aperti anche alle donne.
Una radice comune: la dignità battesimale come fondamento eluso
Lumen Gentium colloca la dignità battesimale a fondamento comune di ogni carisma e di ogni stato di vita nella Chiesa, prima di qualunque distinzione tra sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune dei fedeli[33]. Se questo principio fosse pienamente recepito nella prassi, la pastorale vocazionale dovrebbe trattare presbiterato, vita consacrata, matrimonio e ministeri laicali come quattro forme pari ordine di un’unica vocazione radicale, distinte per carisma, ma non per dignità. Al contrario, ciò che il caso americano documenta, ciò che il dato italiano di Diotallevi rende plausibile e ciò che i dati sui ministeri istituiti femminili confermano sul piano dell’attuazione pratica è che questa parità non si è tradotta in una prassi comunicativa e organizzativa coerente. Il risultato è una gerarchia informale delle vocazioni che continua a collocare il presbiterato e la vita consacrata al vertice, il matrimonio in una posizione tollerata, ma non promossa con pari investimento e i ministeri laicali in una posizione ancillare, il cui esercizio resta soggetto a un controllo periodico dell’autorità che il clero incardinato non conosce nella stessa forma.
Un’asimmetria da non appiattire
I due argomenti, diversi nel meccanismo, matrimonio come scarto tra dottrina e prassi, ministeri laicali come subordinazione ancora iscritta nel diritto, non richiedono correzioni al magistero. Richiedono che la Chiesa applichi a se stessa il principio che Lumen Gentium ha già enunciato: la dignità nasce dal battesimo, non dal grado che la riconosce. Dove questo principio è stato preso sul serio, come nel caso dei ministeri laicali dal 2021 in avanti, la sua applicazione resta lenta e diseguale. Dove non è stato nemmeno messo in discussione, come nella pastorale vocazionale corrente, non produce alcun apparato comparabile a quello costruito per il presbiterato in un secolo di lavoro pastorale.
Il servizio giornalistico da cui muove questa riflessione non voleva dimostrare nulla di tutto ciò: descrive, con evidente favore, un insieme di buone pratiche diocesane per le vocazioni sacerdotali. Proprio per questo la sua omissione delle altre due vocazioni battesimali vale più di qualunque denuncia esplicita: mostra, senza volerlo, quanto sia ancora naturale, per la Chiesa che lo scrive e per quella che lo legge, pensare la vocazione per funzioni invece che per servizi.
[1]Figge, J. (2026, 17 luglio). «Building a culture of vocations — the strategy behind diocesan vocational success». The Pillar. https://www.pillarcatholic.com/p/building-a-culture-of-vocations-the
[2]Diotallevi, L. (2024). La messa è sbiadita. Rubbettino, cap. 1.
[3]Concilio Vaticano II. (1965). Gaudium et Spes, nn. 48-50.
[4]Giovanni Paolo II. (1981). Familiaris Consortio, n. 11.
[5]Giovanni Paolo II. (1979-1984). Uomo e donna lo creò. Catechesi sull’amore umano.
[6]Francesco. (2016). Amoris Laetitia, nn. 72-75.
[7]Codice di Diritto Canonico (1983), can. 230 §3.
[8]Francesco. (2021, 10 maggio). Antiquum Ministerium. Lettera apostolica in forma di motu proprio circa l’istituzione del ministero di Catechista.
[9]Francesco. (2021, 10 gennaio). Spiritus Domini. Lettera apostolica in forma di motu proprio, che modifica il can. 230 §1 del Codice di Diritto Canonico.
[10] Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. (2021, 3 dicembre). Lettera ai Presidenti delle Conferenze dei Vescovi sul Rito di Istituzione dei Catechisti, n. 3.
[11]Cfr. i documenti del Cammino sinodale tedesco (Synodaler Weg, 2019-2023) e le relative osservazioni della Santa Sede.
[12]Giovanni Paolo II. (1988). Christifideles Laici, n. 23.
[13] Mattei, E. (2026, 21 luglio). Il diaconato: l’equivoco della doppia vocazione. SettimanaNews (https://www.settimananews.it/sacramenti/il-diaconato-lequivoco-della-doppia-vocazione/)
[14]Cfr. Pseudo-Dionigi l’Areopagita, De Ecclesiastica Hierarchia; Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, Suppl., qq. 34-40, sui gradi dell’ordine come partecipazione decrescente della pienezza sacramentale dell’episcopato.
[15] Mattei, E. (2026, 21 luglio). Il diaconato, cit.
[16]Catechismo della Chiesa Cattolica (1992), n. 1554.
[17]At 6,1-6.
[18]Codex Iuris Canonici (1917), can. 2374.
[19]Cfr. Codice di Diritto Canonico (1983), can. 1031 §§1, 4, sulla dispensa d’età come facoltà ordinaria e non deroga a un principio indisponibile; e Mattei, E. (2026, 21 luglio). Il diaconato, cit.
[20]Catholic Culture. (2026). 41% of world’s permanent deacons serve in United States, dati dell’Annuario Statistico della Chiesa citati nell’articolo: 52.102 diaconi permanenti nel mondo nel 2024, contro 51.433 nel 2023 e 50.150 nel 2022.
[21]Center for Applied Research in the Apostolate (CARA), Georgetown University. (2026). A Portrait of the Permanent Diaconate in 2025, citato in EWTN News / CBCPNews, U.S. permanent diaconate hits record size as retirements rise.
[22]National Catholic Reporter. (2024, dicembre). Bishop Stowe blesses 3 women in ceremony recognizing lay ministry roles; The Deacon’s Bench, ‘An awesome moment’: Bishop blesses and formally installs three women as acolytes.
[23]Cfr. ad esempio la pagina ufficiale dell’arcidiocesi di Galveston-Houston, che dichiara di essere in attesa di indicazioni della USCCB prima di ammettere donne al ministero di accolito istituito.
[24]Catholic Review. (2024, novembre). «Bishops hear update on plans to implement ministry of lay catechist set forth by pope»; FDLC Newsletter (dicembre 2024), che colloca la pubblicazione dei testi rituali definitivi tra il 2026 e il 2027.
[25]USCCB. (2025, 29 settembre). US pilgrims at Jubilee of Catechists have private audience with pope.
[26]Avvenire. (2023, 8 dicembre). In Italia. Cresce ogni anno il diaconato permanente: servizio alla Chiesa in uscita, dichiarazioni di Enzo Petrolino, presidente della Comunità del Diaconato in Italia.
[27]Vatican News. (2025, 22 febbraio). Giubileo dei diaconi, le sfide di un ministero vivace e in crescita.
[28]Conferenza Episcopale Italiana. (2022, luglio). Nota sui ministeri istituiti del Lettore, dell’Accolito e del Catechista, approvata ad experimentum dalla 76ª Assemblea Generale.
[29]Difesa del Popolo. Lettori e accoliti. Donne e uomini a servizio; Arcidiocesi di Palermo, comunicato del giugno 2022, undici donne istituite lettrici e accolite dall’arcivescovo Corrado Lorefice.
[30]Porta di Servizio. (2026, giugno). Palermo, l’arcivescovo Lorefice istituisce i nuovi accoliti e lettori.
[31]Risveglio Duemila. (2026, maggio). Sabato la veglia di Pentecoste in Cattedrale. Per la prima volta verranno istituite lettrici e accolite (diocesi di Faenza-Modigliana).
[32]Conferenza Episcopale Italiana. (2022, luglio). Nota sui ministeri istituiti del Lettore, dell’Accolito e del Catechista.
