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divieto social minore

Chi protegge il minore quando diventa maggiorenne?

Scritto il 30 Agosto 20261 Settembre 2026 da Edoardo Mattei
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Il patteggiamento di Meta, il divieto aggirato in Australia, il decreto italiano sull’AI a scuola: lo stesso problema irrisolto, la formazione del giudizio critico. Il pericolo per il minore resta uguale: ne avevo già parlato in tempi non sospetti.

Indice

La protezione del minore
I limiti delle imposizioni
Conclusioni

La protezione del minore

Il patteggiamento raggiunto a Oakland fissa una cifra che rende la notizia già di per sé rilevante. Meta pagherà agli Stati americani fino a diciassette miliardi di dollari per chiudere il processo sulla dipendenza dai minori e, inoltre, si è impegnata a interrompere lo scorrimento infinito dei contenuti per gli account minorenni, a introdurre un limite di due ore giornaliere su Instagram e Facebook, a disattivare le notifiche e l’utilizzo di notte fino al mattino, a ridurre le funzionalità che gli psicologi associano al confronto sociale negativo. Sono misure che intervengono sul design dello strumento, non semplici dichiarazioni di intenti.

A distanza di poche settimane, un secondo caso arriva dall’Australia e permette un confronto diretto tra un impianto sanzionatorio sul comportamento, quello appena descritto, e un impianto di divieto assoluto sull’accesso. Tre mesi dopo l’entrata in vigore del divieto per gli under 16, l’eSafety Commissioner australiano ha pubblicato il primo rapporto sull’efficacia della misura.

Su un campione di 898 genitori di ragazzi tra 8 e 15 anni, il 70% ha dichiarato che il figlio accede ancora ai social. Tra questi, il 66,8% ha riferito che la piattaforma non ha nemmeno richiesto una verifica dell’età. Il governo aveva presentato la rimozione di 4,7 milioni di account come prova del successo della misura, per poi precisare che quel numero misurava gli account disattivati o ristretti, non i minori effettivamente esclusi dall’accesso.

Ammesso che il controllo funzioni, che la soglia d’ingresso venga davvero presidiata e che nessun minore riesca ad aggirarla, resta una domanda: il giorno in cui quel ragazzo diventerà maggiorenne, chi lo proteggerà da una piattaforma che resta strutturata, esattamente come prima, per catturare l’attenzione e rendere costosa la distrazione? Il divieto, quando funziona, non modifica quella struttura, ne rimanda l’incontro di qualche anno.

I limiti delle imposizioni

È qui che i due casi condividono lo stesso limite. Le restrizioni imposte a Meta agiscono sul comportamento della piattaforma, ma restano vincolanti solo per la finestra temporale in cui l’utente è dichiarato minorenne, superata quella soglia l’architettura torna piena. Il divieto australiano agisce sulla soglia d’ingresso e quando quella soglia tiene rinvia semplicemente il momento dell’esposizione. In nessuno dei due casi lo scopo strutturale dello strumento, massimizzare il tempo di permanenza, viene messo in discussione.

Lo stesso patteggiamento lo ammette implicitamente: Meta si è impegnata a versare altri 5,3 miliardi di dollari se YouTube e TikTok adotteranno misure analoghe, e il responsabile legale dell’azienda, CJ Mahoney, ha dichiarato che il successo dell’accordo dipende dal fatto che le altre piattaforme seguano l’esempio di Meta. Meta ammette così che il problema non è suo soltanto, è il modo in cui ogni piattaforma di questo tipo è costruita, e chiama in causa YouTube e TikTok, rimaste finora estranee a tutto il processo.

Un terzo caso, più vicino, permette di verificare se in Italia la risposta a questo stesso nodo stia procedendo diversamente. A inizio agosto il Governo ha approvato il decreto legislativo sull’intelligenza artificiale che, tra le altre novità dell’anno scolastico 2026/2027 illustrate da Il Sole 24 Ore, introduce l’AI nei percorsi educativi come contenuto da conoscere e come strumento didattico, inserendola nell’ambito dell’insegnamento dell’Educazione civica con attenzione ai profili etici e alla cittadinanza digitale. È un riconoscimento esplicito che la dimensione etica non può essere lasciata fuori dall’aula.

Lo stesso anno scolastico che introduce questa attenzione rafforza, in parallelo, il registro disciplinare. Il voto in condotta prevede che un cinque comporti la bocciatura e che uno studente valutato con un sei debba discutere in sede di esame un elaborato critico in materia di cittadinanza attiva e solidale. Anche le sospensioni superiori ai due giorni si concludono con un percorso in attività di cittadinanza solidale presso strutture convenzionate. Il cellulare, dal 2026/2027, resta vietato durante l’attività didattica non più solo alle medie ma anche alle superiori.

Conclusioni

Vale la pena chiedersi se collocare l’etica digitale dentro un impianto che la affianca sistematicamente a una sanzione, l’elaborato critico come misura riparativa dopo un voto basso o una sospensione, formi il giudizio autonomo di uno studente o piuttosto ne normi la condotta osservabile. Sono due esiti diversi, e il documento disponibile non consente ancora di stabilire quale dei due prevarrà nella pratica: non risultano, allo stato attuale, linee guida attuative che traducano l’indicazione di “profili etici” in un percorso didattico verificabile nelle singole classi.

Tre contesti distanti tra loro, quello giudiziario americano, quello normativo australiano, quello scolastico italiano, convergono sullo stesso punto scoperto, la formazione del giudizio resta un’intenzione dichiarata, non ancora una pratica strutturata quanto l’accesso o la condotta.

Se in nessuno dei tre casi la costruzione di un giudizio critico riceve la stessa cura dedicata a regolare l’ingresso o a sanzionare il comportamento, resta da chiedersi chi insegnerà a un ragazzo, prima che diventi maggiorenne o che nessun voto in condotta sia più lì a richiederglielo, a riconoscere da solo quando uno strumento è costruito per trattenerlo più a lungo di quanto sia nel suo interesse restarvi.

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