Un nuovo studio pubblicato su Nature Human Behaviour collega l’apertura precoce di un profilo social a un calo misurabile delle competenze scolastiche in italiano e matematica. Il metodo statistico è tra i più solidi mai applicati al tema, ma la conclusione causale nasconde una crepa: lo studio non sa nulla della rete sociale reale del ragazzo, del tempo trascorso da solo, del quartiere in cui vive. È davvero il social a far bocciare, o è il sintomo di un vuoto relazionale che comincia altrove?
Indice
C’è un paper uscito su Nature Human Behaviour che nelle prossime settimane circolerà parecchio, perché offre esattamente ciò che il dibattito pubblico sui ragazzi e il digitale cerca da anni: un numero. Chi apre un profilo social in prima media perde, entro la terza media, circa 0,22 deviazioni standard nelle competenze di italiano e 0,18 in quelle di matematica rispetto a chi aspetta la terza media per iscriversi. Alla fine delle superiori il divario in matematica cresce fino a 0,27. Tradotto in termini comprensibili, quella perdita equivale a circa sei mesi di scuola in meno, e vale quasi un terzo del divario che separa, in quinta elementare, i figli di due genitori laureati dai figli di genitori senza diploma. Sono numeri seri, ottenuti su un campione di 5.227 studenti lombardi seguiti per anni, con dati oggettivi INVALSI e non con questionari autopercepiti.
Uno studio costruito con serietà
È un lavoro fatto bene, va detto subito. Gli autori, un gruppo dell’Università di Milano-Bicocca e di Brescia, non si limitano a correlare uso dei social e voti a scuola, cosa che la letteratura precedente ha fatto per anni senza mai riuscire a distinguere causa ed effetto. Costruiscono invece un confronto longitudinale, con un punto di osservazione «prima del trattamento» in seconda elementare, quando nessuno dei ragazzi aveva ancora un profilo social, e verificano che i gruppi partissero effettivamente alla pari. Poi applicano un test statistico pensato apposta per capire quanto la loro conclusione regga anche se qualcosa di non misurato sta disturbando il confronto. Il risultato tiene, soprattutto per chi si iscrive in prima e seconda media, mentre si indebolisce vistosamente per chi lo fa in terza media. È un dettaglio che gli autori riportano con onestà, e che i titoli dei giornali probabilmente ignoreranno.
Il problema non è la tecnica statistica, che è di ottimo livello. Il problema è cosa lo studio ha scelto di guardare e soprattutto cosa non ha potuto guardare.
Cosa incontrerebbe, spegnendo il telefono
Chiediamoci: se quel ragazzino di undici anni spegnesse il telefono, cosa o chi incontrerebbe? Lo studio non lo sa, perché non misura la rete sociale reale del ragazzo, non sa se ha un gruppo di amici con cui si vede fisicamente, se frequenta l’oratorio, la squadra sportiva, un centro di aggregazione giovanile, o se semplicemente resta solo in casa. Controlla il titolo di studio dei genitori, la struttura familiare, la fatica economica percepita, ma queste sono tutte variabili di sfondo, non fotografano la vita quotidiana del ragazzo fuori da scuola. Qui si annida il sospetto più serio: che l’apertura precoce di un profilo social non sia la causa del danno, ma il sintomo di un vuoto relazionale già esistente, magari prodotto da genitori più assenti o meno capaci di offrire alternative, che è quel vuoto, e non il social in sé, a produrre la perdita di competenze. Gli stessi autori, con onestà intellettuale che va riconosciuta, ammettono nella discussione che «dinamiche familiari o tratti di personalità individuali» potrebbero restare fuori dal controllo statistico. Ma poi trattano comunque le stime come causali, e questa è la crepa che l’intero impianto, per quanto elegante, non riesce a sanare.
Solitudine e quartiere, le variabili assenti
C’è poi la questione del tempo trascorso da soli, che è cosa diversa dalla rete sociale: un ragazzo può avere amici e famiglia presenti, ma passare comunque ore in cameretta senza nessuno. È diversa anche dal contesto urbano: un quartiere con piazze, oratori, biblioteche di quartiere offre alternative allo schermo che un quartiere senza spazi di aggregazione non offre. Nessuna di queste dimensioni compare nello studio, semplicemente perché il questionario non le ha raccolte. Non è colpa degli autori, che hanno lavorato con i dati disponibili, ma è un limite che chi legge la notizia deve conoscere prima di trarre conclusioni definitive.
Il vecchio problema dello schermo passivo
Un’altra domanda che lo studio non pone è se il danno sia specifico dei social o sia l’ennesima variazione di un fenomeno già noto da decenni, quello dello schermo passivo. Sappiamo da tempo che lasciare i bambini per ore davanti alla televisione produce effetti negativi sullo sviluppo del linguaggio e dell’attenzione. Se il meccanismo reale non fosse «il contenuto social», ma «l’assorbimento passivo dell’attenzione», allora il problema non sarebbe Instagram in quanto tale, ma qualunque dispositivo capace di catturare l’attenzione senza restituire interazione reciproca o produzione linguistica attiva. Gli stessi autori, in un passaggio della discussione, ipotizzano che il meccanismo dominante sia lo spostamento di tempo e il sovraccarico cognitivo più che il contenuto nocivo dei social, ma ammettono di non avere i dati per dimostrarlo.
Non tutti i social sono uguali
Infine, lo studio misura «apertura di un profilo social» come categoria unica, senza distinguere tra piattaforme. Eppure sappiamo che l’infinite scroll di Instagram e TikTok è un meccanismo di design specifico, pensato per massimizzare il tempo di permanenza, molto diverso dall’uso più testuale e conversazionale di altre applicazioni. Aggregare tutto sotto l’etichetta «social media» rischia di trasformare un problema di design dell’interfaccia in un problema generico di categoria tecnologica, con la conseguenza che il rimedio proposto, ritardare l’accesso, potrebbe colpire il bersaglio sbagliato se il vero colpevole fosse un tipo particolare di interfaccia e non il social in quanto tale.
Una domanda che resta aperta
Nulla di tutto questo toglie valore al lavoro empirico degli autori, che resta tra i più rigorosi pubblicati finora su questo tema specifico. Ma è precisamente per il suo rigore tecnico che lo studio merita di essere letto con attenzione critica, non come verdetto definitivo. Il rischio, quando un paper così solido entra nel dibattito pubblico, è che la sua autorevolezza metodologica venga usata per chiudere una domanda che invece resta aperta: non sappiamo ancora se sia il social in sé a danneggiare l’apprendimento, o se il social sia soltanto il sintomo più visibile e misurabile di un impoverimento relazionale ed ecologico che comincia altrove, nelle case, nei quartieri, nelle reti di comunità che i nostri ragazzi non hanno più intorno.
