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ricarica uomo

Una ricarica anche per l’uomo “digitale”

Scritto il 1 Ottobre 20261 Ottobre 2026 da Edoardo Mattei
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La società che si ricarica vive a intervalli

Indice

Un’obiezione da prendere sul serio
La rete che si vede quando si ferma
La finzione del cento per cento
Dal motore alla batteria
Il riposo come stazione di servizio
La cella sigillata
Dipendenza senza serbatoio

Ogni sera, da quasi vent’anni, ripeto lo stesso gesto: apro il cassetto del comodino, prendo il cavo, attacco lo smartphone. È un gesto così abituale da essere scomparso dalla coscienza. Qualche sera fa ho provato a contare gli oggetti che, in casa, chiedono lo stesso trattamento: il telefono, il computer, lo smartwatch, le cuffie, il tablet, la lampada da lettura, le luci del giardino, lo spazzolino, il rasoio, il massaggiatore. Da qualche tempo, per molti, anche l’automobile e poi il power bank, dispositivo che ha senso soltanto perché gli altri dispositivi rischiano di spegnersi: una riserva di riserva.

Viviamo circondati da oggetti che si scaricano e, quindi, da oggetti che dobbiamo ricaricare. Il dibattito sull’auto elettrica, con le sue discussioni sulle colonnine e sui tempi di ricarica, è soltanto la punta visibile di una trasformazione che riguarda l’intera quotidianità. La domanda che vorrei porre è più ampia: che cosa dice di noi una cultura materiale organizzata intorno alla ricarica e che cosa accade quando ricaricare non è più possibile?

Un’obiezione da prendere sul serio

Nessuna tentazione nostalgica. Sarebbe facile contrapporre un mondo antico di oggetti che «duravano» a un mondo contemporaneo di oggetti che vanno continuamente rialimentati. Nessun artefatto che compie lavoro è mai stato autosufficiente: la lampada a olio andava riempita, l’orologio a molla caricato, la stufa rifornita di legna, il cavallo nutrito, l’automobile a benzina portata al distributore. La ricarica, intesa come restituzione periodica della capacità di funzionare, è la condizione ordinaria della tecnica.

Che cosa è cambiato, allora? La prima trasformazione è la moltiplicazione: pochi grandi punti di rifornimento sono stati sostituiti da decine di piccoli serbatoi personali, ciascuno con la sua autonomia, il suo caricatore, il suo indicatore di livello.

La seconda è la convergenza. L’olio, la legna, la molla, il carburante appartenevano a filiere distinte e il loro venir meno aveva un impatto parziale. Oggi quasi tutto passa dalla stessa presa e la rete elettrica concentra su di sé una vulnerabilità che un tempo era distribuita. Infine, il lavoro di manutenzione si è spostato. L’utente contemporaneo è il gestore quotidiano di un piccolo parco energetico: sa quale dispositivo è al venti per cento, quale va attaccato prima di dormire e quale può aspettare fino a domani. È un lavoro minuto, ripetitivo, non retribuito e per questo invisibile.

La rete che si vede quando si ferma

Susan Leigh Star osservava che una delle proprietà delle infrastrutture è diventare visibili soltanto quando si guastano[1]. Finché funzionano, restano sullo sfondo, incorporate in abitudini che non richiedono pensiero. Il gesto serale della ricarica è precisamente questo: un rito che ci collega alla rete e insieme ce la nasconde. La presa nel muro è l’ultimo anello di una catena di centrali, linee di trasmissione, sottostazioni, contratti, mercati dell’energia, che nessuno di noi vede quando attacca il cavo.

Nella notte tra il 27 e 28 settembre 2003, siè verificato il più grande black out della storia italiana che ha lasciato al buio il paese fino alla sera. Semafori spenti, treni fermi, pagamenti elettronici impossibili, telefoni che si esaurivano senza modo di ricaricarli. In poche ore l’infrastruttura è diventata visibile nel modo più brutale, attraverso la sua assenza. La domanda «e se non fosse più possibile ricaricare?» ha smesso per un giorno di essere un esercizio speculativo. Non occorre immaginare scenari apocalittici: basta un guasto di rete per mostrare quanto della vita ordinaria dipenda dalla possibilità di restituire energia, ogni giorno, a oggetti che non ne trattengono abbastanza.

Gli studi sulla manutenzione, da Steven Jackson a Andrew Russell e Lee Vinsel, hanno insistito su questo punto: la retorica dell’innovazione celebra il nuovo e ignora il lavoro continuo che tiene in piedi l’esistente[2]. La società della ricarica ne è un caso esemplare. Ogni nuovo dispositivo aggiunge autonomia e, insieme, un nuovo compito di manutenzione.

La finzione del cento per cento

C’è un dettaglio tecnico che rovescia l’immagine con cui si parla comunemente di ricarica. Si pensa alla batteria come a un recipiente che si svuota e si riempie, indefinitamente. Una batteria agli ioni di litio sopporta invece un numero finito di cicli, qualche centinaio o poche migliaia a seconda della tecnologia e a ogni ciclo perde una piccola parte della sua capacità. Lo stato di salute della cella decresce in modo irreversibile. Il ritorno al cento per cento indicato sullo schermo è una convenzione: cento per cento di una capacità che è già inferiore a quella di ieri.

La batteria, in altre parole, è il componente che limita la durata dell’oggetto. Molti dispositivi muoiono di ricariche e spesso muoiono integri perché la batteria è sigillata nel loro corpo. Il legislatore europeo se n’è accorto: il regolamento sulle batterie del 2023 impone che dal 2027 le batterie dei dispositivi portatili siano rimovibili e sostituibili dall’utente finale[3]. La norma riconosce implicitamente che la ricaricabilità, lasciata a sé stessa, produce obsolescenza.

Dal motore alla batteria

Qui la riflessione sugli oggetti diventa riflessione sull’uomo. La metafora energetica dell’essere umano ha una storia precisa. Anson Rabinbach ha ricostruito come la termodinamica ottocentesca abbia trasformato il corpo del lavoratore in un «motore umano», una macchina che converte energia in lavoro e produce fatica come dispersione da misurare, contenere, ottimizzare[4]. La fisiologia del lavoro, la scienza della fatica, l’organizzazione scientifica della produzione sono nate da questa immagine.

Il nostro tempo ha sostituito il motore con la batteria e il linguaggio quotidiano lo registra con una precisione che non dovrebbe passare inosservata: del telefono scarico diciamo che «è morto» e di noi stessi, a fine giornata, diciamo «sono morto». La lingua comune ha già stabilito l’equazione tra esaurimento e morte, e l’ha stabilita in entrambe le direzioni: se la scarica è morte, la ricarica è una piccola resurrezione e ogni sera attacchiamo il cavo come se restituissimo la vita all’oggetto e il sonno ci restituisse la nostra.

Il motore consuma finché è alimentato; la batteria immagazzina, si stacca dalla rete, funziona in autonomia, torna a caricarsi. È il modello con cui descriviamo oggi il nostro rapporto con la stanchezza: siamo «scarichi», abbiamo bisogno di «ricaricarci», il fine settimana serve a «staccare», la vacanza a tornare «come nuovi». Jonathan Crary ha descritto il capitalismo delle ventiquattro ore come un assalto al sonno, l’ultimo tempo della vita non ancora messo a valore[5]; Byung-Chul Han ha parlato di una società della stanchezza fondata sull’autosfruttamento[6]. La metafora della batteria aggiunge la promessa della reversibilità integrale. Il riposo, il trattamento estetico, il ritiro, il protocollo di longevità vengono pensati come procedure che riportano lo stato al punto di partenza. Giovani, efficienti, di nuovo operativi.

La batteria reale smentisce proprio questa promessa. Ogni ciclo lascia una traccia. Il corpo invecchia, la stanchezza si sedimenta, il tempo vissuto non torna indietro. L’uomo ricaricabile non accetta di avere un numero finito di cicli e tratta come un guasto da riparare l’usura che è la forma stessa della vita nel tempo.

Il riposo come stazione di servizio

La batteria nasce anche come tecnologia della libertà. Carico adesso per potermi staccare dopo; accumulo energia per non dipendere, per qualche ora, dalla presa. È il sogno di un’autonomia portatile. L’esito, osservato su scala sociale, è paradossale. Chi possiede venti dispositivi autonomi è vincolato alla rete molto più di chi non ne possedeva nessuno. Ogni autonomia locale ha prodotto una dipendenza sistemica e la somma delle piccole libertà dal cavo è una grande servitù verso l’infrastruttura.

Lo stesso accade quando il modello si trasferisce all’essere umano. L’uomo ricaricabile immagina di poter accumulare energia nel tempo libero per spenderla nel tempo produttivo, in cicli regolari di carica e scarica, senza dipendere da nessuno se non dalla propria gestione. Il riposo diventa una stazione di servizio e la sua legittimità si misura su quanto rende al lunedì mattina.

Abraham Joshua Heschel ha scritto pagine che smontano questa logica dall’interno. Nella sua lettura del sabato biblico l’ordine consueto è rovesciato: sono i giorni feriali a esistere in vista del sabato, e il sabato non è una pausa concessa per recuperare le forze da spendere nella settimana. È un tempo che vale per sé, un palazzo costruito nel tempo, come recita la sua immagine più nota[7]. Se lo si giudica con il metro della ricarica lo si è già perduto, perché lo si è ridotto a intervallo tra due turni. Heschel rende visibile la distinzione che la società della ricarica non riesce a pensare: quella tra il riposo che serve a tornare produttivi e il riposo che non serve a nulla, se non a vivere.

La cella sigillata

Gli oggetti non sono neutri. Bruno Latour ha mostrato che gli artefatti portano iscritti programmi d’azione: deleghe, prescrizioni, modelli di utente che agiscono su di noi anche quando non ci pensiamo[8]. Il power bank porta iscritto un soggetto preciso, autosufficiente a intervalli, che accumula per potersi staccare e si riattacca per poter continuare. Finché resta nel cassetto, questo modello opera in silenzio sotto forma di abitudine. Esiste, però, una cultura che lo ha reso esplicito e lo ha trasformato in programma.

Aubrey de Grey descrive l’invecchiamento come un accumulo di danni cellulari e molecolari da riparare e ha coniato l’espressione «velocità di fuga dalla longevità». Se le terapie riparassero i danni più in fretta di quanto questi si accumulano, l’organismo potrebbe essere riportato periodicamente a uno stato giovanile, e la morte per vecchiaia verrebbe rinviata indefinitamente[9]. È la batteria che torna al cento per cento a ogni ciclo, cioè esattamente la promessa che la batteria reale smentisce. Bryan Johnson ha fatto di questa promessa uno stile di vita e un marchio. Il suo protocollo, reso celebre dal motto «Don’t Die», affida a misurazioni continue, algoritmi e un’équipe medica la gestione quotidiana del proprio corpo con l’obiettivo dichiarato di ridurne l’età biologica[10]. Chi conosce l’ingegneria delle batterie riconosce la figura: è un sistema di gestione della cella, il circuito che sorveglia carica, temperatura e stato di salute perché la batteria duri il più a lungo possibile, applicato a un essere umano.

Sarebbe facile liquidare questi progetti come eccentricità di miliardari. Sarebbe anche sbagliato, perché la loro forza sta nella coerenza. L’equazione che la lingua comune ha stabilito, «è morto» per il telefono scarico e «sono morto» per noi a fine giornata, qui viene presa sul serio fino in fondo: se l’esaurimento è morte, non morire significa ricaricarsi senza fine. Il transumanismo della longevità è il punto d’arrivo di una logica che il lettore ha già riconosciuto sul proprio comodino. Per questo la sua critica non può restare esterna: chi attacca il cavo ogni sera abita, in piccolo, la stessa antropologia.

Charles Taylor ha descritto la modernità occidentale come una «cornice immanente», un orizzonte in cui l’ordine naturale e sociale si spiega da sé, senza rinvio a qualcosa che lo trascenda. Questa cornice, osserva Taylor, si può abitare in due modi: come aperta, lasciando la possibilità che rimandi oltre sé stessa, oppure come chiusa, trattando ogni riferimento esterno come superfluo o illusorio[11]. L’antropologia della ricarica è una forma quotidiana e materiale di cornice chiusa. Ogni fonte è interna al sistema: l’energia viene da una rete che abbiamo costruito, gestito e messo a contratto. Ciò che non si può ricaricare, la giovinezza perduta, l’usura o la fine, viene trattato come un guasto tecnico in attesa della riparazione giusta. L’immagine che meglio descrive questa condizione è quella che il legislatore europeo ha cercato di correggere: la cella sigillata, chiusa nel corpo dell’oggetto, che vive e muore dentro il proprio involucro.

Dipendenza senza serbatoio

Alasdair MacIntyre ha scritto che l’essere umano è un animale razionale dipendente e che la vulnerabilità e il bisogno degli altri accompagnano la vita umana dall’inizio alla fine, senza essere confinati in qualche sua fase eccezionale[12]. Dalla dipendenza non si esce per entrare nell’autonomia e si impara a vivere dentro una rete di dare e ricevere che non si interrompe mai del tutto. La cura, l’educazione, il linguaggio e la fiducia non si caricano una volta per tutte, ma si ricevono di continuo, e vengono meno quando viene meno la relazione che li rende possibili.

Il transumanismo, però, ha spostato la ricarica su un piano ulteriore, quello dell’esistere, Fin qui ho parlato di forze, di stanchezza, di tempo di lavoro e di riposo. La promessa di non morire riguarda l’essere, e sull’essere la riflessione antropologica chiede aiuto alla metafisica.

Nella questione dedicata alla conservazione delle creature, Tommaso d’Aquino distingue due modi di dipendere da una causa. La casa dipende dal costruttore quanto al suo divenire: finito il lavoro, il costruttore se ne va e la casa resta in piedi. L’aria illuminata dipende dal sole quanto al suo essere: non trattiene la luce, la riceve istante per istante e se il sole cessasse di illuminarla tornerebbe subito oscura. Così, scrive Tommaso, sta ogni creatura rispetto a Dio[13]. La creatura non può accumulare l’essere come una batteria accumula la carica, ma deve riceverla continuamente senza poterne conservare una riserva.

L’antropologia della ricarica pensa la vita umana sul modello della casa: una volta caricata, sta in piedi da sé fino alla prossima presa. Tommaso la pensa sul modello dell’aria. Tra le due immagini passa la differenza tra un sistema chiuso e un sistema aperto. La cella sigillata si alimenta da una rete che abbiamo costruito noi, l’aria riceve da una sorgente che non ha prodotto e che non controlla. Nell’uomo ricaricabile la rete ha preso il posto del sole.

Si torna così alla domanda iniziale: che cosa accade quando ricaricare non è più possibile? Per la cella sigillata la risposta è semplice: si spegne e dentro il suo involucro non c’è nient’altro. Per l’aria la domanda si pone in altro modo, perché la luce non è mai stata una scorta da consumare. Una vita che dipende da una sorgente che non possiede resta aperta; una vita che pretende di alimentarsi da sé si sigilla e quando la rete si ferma non le resta nulla. Tenere aperto il cielo significa rifiutare la cella sigillata, riconoscere che ciò che ci fa esistere non è in nostro possesso e per questo non si esaurisce con le nostre riserve. Il sabato di Heschel ne è la forma nel tempo: un giorno che non ricarica nulla e lascia entrare la luce.

La condizione creaturale è l’opposto del modello a batteria: dipendenza senza serbatoio. L’uomo ricaricabile è allora una piccola antropologia prometeica: il tentativo di trasformare una dipendenza costitutiva in autonomia a intervalli.


[1]Star, S. L. (1999). The ethnography of infrastructure. American Behavioral Scientist, 43(3), 377–391. La visibilità nel guasto è una delle proprietà dell’infrastruttura elencate da Star; cfr. anche Bowker, G. C., & Star, S. L. (1999). Sorting things out. MIT Press, sull’«inversione infrastrutturale».

[2]Jackson, S. J. (2014). Rethinking repair. In T. Gillespie, P. J. Boczkowski & K. A. Foot (Eds.), Media technologies (pp. 221–239). MIT Press; Russell, A. L., & Vinsel, L. (2020). The innovation delusion. Currency.

[3]Regolamento (UE) 2023/1542, art. 11, che prevede la rimovibilità e sostituibilità da parte dell’utilizzatore finale delle batterie portatili incorporate negli apparecchi a partire dal 18 febbraio 2027.

[4]Rabinbach, A. (1990). The human motor: Energy, fatigue, and the origins of modernity. Basic Books.

[5]Crary, J. (2013). 24/7: Late capitalism and the ends of sleep. Verso. [Trad. it. 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno, Einaudi, 2015].

[6]Han, B.-C. (2010). Müdigkeitsgesellschaft. Matthes & Seitz. [Trad. it. La società della stanchezza, nottetempo, 2012].

[7]Heschel, A. J. (1951). The Sabbath: Its meaning for modern man. Farrar, Straus and Young. [Trad. it. Il Sabato. Il suo significato per l’uomo moderno, Garzanti, 1999]. L’immagine del sabato come «palazzo nel tempo» e la subordinazione dei giorni feriali al sabato si trovano nel primo capitolo.

[8]Latour, B. (1992). Where are the missing masses? The sociology of a few mundane artifacts. In W. E. Bijker & J. Law (Eds.), Shaping technology/building society: Studies in sociotechnical change (pp. 225–258). MIT Press.

[9]de Grey, A. D. N. J. (2004). Escape velocity: Why the prospect of extreme human life extension matters now. PLoS Biology, 2(6), e187. Il programma è sviluppato in de Grey, A., & Rae, M. (2007). Ending aging. St. Martin’s Press. [Trad. it. La fine dell’invecchiamento. Come la scienza potrà sconfiggere il decadimento biologico, Diderotiana Editrice, 2016]

[10]Il protocollo, denominato Blueprint, è raccontato nel documentario di Smith, C. (Regista). (2025). Don’t die: The man who wants to live forever [Film]. Netflix. Il libro è stato annunciato per ottobre 2027.

[11]Taylor, C. (2007). A secular age. Belknap Press of Harvard University Press, cap. 15. [Trad. it. L’età secolare, Feltrinelli, 2009].

[12]MacIntyre, A. (1999). Dependent rational animals: Why human beings need the virtues. Open Court. [Trad. it. Animali razionali dipendenti, Vita e Pensiero, 2001].

[13]Tommaso d’Aquino, Summa theologiae I, q. 104, a. 1: «Sic autem se habet omnis creatura ad Deum, sicut aer ad solem illuminantem». Nello stesso articolo Tommaso distingue la causa del divenire (causa fiendi), come il costruttore rispetto alla casa, dalla causa dell’essere (causa essendi), come il sole rispetto all’aria illuminata.

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